Yoga e Etica: la lealtà verso se stessi

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Yoga e Etica: la lealtà verso se stessi

di Marco Mandrino Scuola di Yoga Hari-Om

Per affrontare un discorso etico all’interno dello Yoga è necessario prima tracciare una distinzione tra spiritualità e religione. Entrambe, nel loro aspetto più puro, hanno come fine la ricerca della realtà ultima. La parola religione deriva da riconnettere ed ha come fondamento il fatto che, attraverso la credenza, i dogmi della fede e determinati comportamenti dovrebbe portare ad una riconnessione con la realtà ultima, spesso intesa come manifestazione divina. Il sentiero religioso è basato sull’osservanza di regole imposte che decretano la distinzione tra il giusto e l’errato. La divinità stessa è vista come l’autorità suprema che premia e punisce in relazione al comportamento. Inutile notare come questo pensiero crei, all’interno delle società che hanno una forte indole religiosa, il senso di colpa.
Nella spiritualità, la divinità non è una entità esterna ma permea tutta l’esistenza e tutti gli esseri. In pratica, più che una riconnessione con qualcosa di esterno, la spiritualità (e quindi lo Yoga), rappresenta la ricerca della propria identità che coincide con la realtà ultima. L’etica, nella religione serve per farsi accettare e amare dalla divinità mentre nella spiritualità ha lo scopo di purificare l’essere fino ad eliminare ogni senso di separazione.
La religione poi, attraverso la morale, ha lo scopo di plasmare la persona e renderla “buona”, mentre nella spiritualità la personalità stessa viene completamente superata e trascesa. La spiritualità ricerca una morale che è insita e naturale in ogni essere umano perché rappresenta la nostra natura divina. Più si approfondisce la conoscenza del nostro IO, liberandosi dell’ego, più un comportamento etico diventa naturale, senza che vi sia nessuna imposizione né interna, né esterna. Questo fatto è assolutamente chiaro a chiunque sia realmente impegnato in un percorso di ricerca spirituale. E’ importante comprendere che il dogmatismo religioso non riguarda solo chi professa, ma tutti coloro che vivono in una società basata su regole di comportamento.
Non vi è nulla di male nell’accettare le regole; sarebbe utopistico pensare di poterne fare a meno. Il problema nasce se si crede che queste regole abbiano una valenza universale e che ci appartengano. Lo Yoga, come ogni altro percorso spirituale, spinge l’individuo verso la virtù in modo da diventare, ed essere, la virtù e la verità stessa. Realizzando la virtù, le regole diventano superflue, non vi è più sforzo nel dover essere qualcosa o seguire qualcosa, ogni azione diventa giusta perché completamente immersa nel momento. Lo Yoga ha una serie di precetti contenuti anche nei famosi Yoga Sutra di Patanjali. Questi precetti, chiamati Yama e Nyama, non sono però dogmi e regole da seguire ma tracce da comprendere e ritrovare dentro se stessi.
Qualunque auto imposizione non è altro che una nuova violenza che impartiamo contro noi stessi. Allo stesso, modo la mancanza totale di un’autodisciplina non è altro che una finta libertà e la più subdola e sottile delle prigioni. Come uscire da questo paradosso? Semplicemente senza provare ad uscirne, ma cercando di essere presenti ed attenti. Imparando ad ascoltare se stessi e gli altri. Vivere nel mondo, significa relazionarsi con gli altri, prendersi impegni e responsabilità nei diversi ambiti della nostra vita. Sempre più di frequente si sentono uomini e donne che, vivendo lo Yoga in modo pieno, si trovano in difficoltà perché non rientrano più negli archetipi classici.
Gli amici e i familiari non li riconoscono, non ne comprendono il comportamento perché estraneo alle convenzioni. Questo è uno dei momenti più difficili. Non si può tornare indietro, non si possono più accettare le vecchie regole ma, nello stesso tempo, non si è ancora in grado di svincolarsi dai dettami educazionali e morali. Si è a un bivio e non si sa più assolutamente cosa fare. La comprensione viene meno e si alimentano i dubbi .Non ci sono formule per uscire da questo tipo di difficoltà; l’esperienza di altri può essere di supporto, ma ognuno deve trovare la propria strada.
L’autentica azione etica non deriva dal ragionamento, non deriva dal soppesare la situazione, ma arriva dallo spazio della non-mente, dalla virtù interiore dove l’unica lealtà richiesta è quella verso ciò che si è. Per comprendere è necessario fermarsi, osservare con attenzione, ma senza sforzo, ciò che abbiamo davanti, vederlo sotto una prospettiva diversa, eliminare ogni drammaticità ed ogni influenza dell’ego che ci spinge a essere protagonisti. Dal silenzio che ne deriva, dovremo ricercare Karuna, ovvero la compassione verso se stessi e gli altri, in una catena che ci vede parte di un insieme. Dal silenzio, una nuova etica prende vita. Non è l’etica dei dogmi e delle imposizioni, delle religioni ( comprese quelle secolari e scientifiche) ma è l’etica che sgorga dalla virtù, dalla sorgente interna che, con un gioco gioioso, si espande all’esterno.
Non tutti capiranno il nostro evolversi e, necessariamente, perderemo qualcuno nel nostro cammino ma, solo in questo modo, diventeremo testimoni viventi della verità.

(Articolo pubblicato sul n. 27 della Rivista “Vivere Lo Yoga” Luglio-Agosto 2009 editore Cigra 2003 srl Milano che si ringrazia per la gentile concessione)