Un guerriero e il suo maestro

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Un guerriero e il suo maestro

La Bhagavad Gita ci insegna la vera essenza dello Yoga

di Silvia Ornaghi

La Bhagavad Gita (il Canto del Beato) è una composizione a sé, all’interno dell’immenso testo epico del Mahabharata.
Inserita nella grande epopea epica come testo speculativo e religioso, la Gita interrompe il racconto dell’azione che si svolge sul campo di battaglia, per introdurre una serie di riflessioni e “rivelazioni” occasionate dalle vicende del conflitto in corso. Non si conosce l’autore e le date della sua scrittura oscillano tra il II secolo a. c. e il II d .c.
Il testo, che si presenta sotto forma di dialogo, vede come protagonista Arjuna (il cui nome significa candido, chiaro, aureo) giovane guerriero figlio del dio Indra e il nobile interlocutore Krishna, che si presenta dapprima in veste umana, ma che si rivelerà in seguito come l’Assoluto, l’uomo-dio, la divina incarnazione dello stesso dio Visnu con il quale sarà identificato.
I discorsi di Krishna che tendono a placare le angosce di Arjuna, in realtà riflettono i dibattiti, i problemi e i contrasti dottrinali dell’epoca in cui il poema è stato composto; e forse, assai di più, riflettono i problemi e le ansie di tutti i tempi. Si tratta, ovviamente, di un racconto allegorico.
Gli eserciti contrapposti, rappresentano il contrasto che avviene all’interno di ogni essere umano non illuminato, tra le inclinazioni che tendono ad elevarlo e quelle che tendono ad attirarlo verso il basso. Le prime sono le sue qualità positive, le seconde sono le caratteristiche che lo inducono a cercare l’illusione, o il male. La guerra di Kurukshetra non avviene letteralmente su un campo di battaglia, sebbene la terra di Kurukshetra esista tuttora in India. Krishna sostiene la giusta causa; in un senso più profondo, la guerra di Kurukshetra è l’incessante battaglia nella mente tra il bene e il male, che si conclude soltanto con la liberazione finale. Krishna stesso chiarisce la natura allegorica del suo eterno dialogo con Arjuna; in un capitolo egli afferma: “Questo corpo è il campo di battaglia”. La “qualità della rinascita”, in altre parole la speranza di avere nell’esistenza successiva migliori condizioni esistenziali, è un tema che la Gita affronta in diverse situazioni.
Lo yoga, oltre ad essere visto come via e mezzo che conduce alla liberazione (moksa), è certamente anche identificato come esercizio che l’individuo, in preda alla variabilità delle situazioni psichiche, disorientato dall’alternarsi di sentimenti opposti, utilizza per sottoporsi al ‘giogo’ della disciplina per unificare il proprio essere. La via del miglioramento è oscura e difficile, continuamente ostacolata dalle opposte esigenze dell’ego che pongono l’uomo in profonda contraddizione con se stesso .
Consapevole della lotta che si svolge nell’intimo dell’uomo, la Gita presenta varie forme di Yoga, come mezzi efficaci per l’unificazione dello spirito. Le tre vie di salvezza presentate nell’opera sono: Karma Yoga o via dell’azione compiuta in spirito di distacco e disinteresse, Jnana Yoga, la via della conoscenza o sapienza che si integra nel Raja Yoga (lo yoga reale), via della meditazione o contemplazione in senso stretto e, il Bhakti Yoga, o via della devozione e dedizione al supremo Signore. Proprio il Karma Yoga, la via dell’azione compiuta senza interessi, è l’oggetto di diversi insegnamenti di Krishna che conforta Arjuna nella sua angoscia perché nel campo avversario egli ritrova i suoi parenti e amici a cui è legato nel profondo. Arjuna, desolato, non comprende quale bene possa derivare dall’uccisione dei suoi cari e dunque si rivolge a Krishna per conoscere con certezza quale deve essere il suo dovere.
“Ciò che importa non è l’azione né l’inazione, ma il dominio di sé nel non ricercare frutto, ricompensa o vantaggio alcuno dall’azione. La suprema saggezza non è l’azione, ma il distacco dall’azione. L’agire disinteressato è il sacrificio più puro; colui che segue la via spirituale della libertà nell’azione, raggiunge una perfezione più alta.”(II, 47 -50)
Il racconto ci insegna che ad ognuno è assegnato un compito ben definito e l’individuo saggio si assoggetta ad esso perché vi riconosce una norma di giustizia che regola ogni tipo di rapporto. Anche se l’atto è compiuto in modo difettoso, “perché ogni impresa è circondata da difetti, come il fuoco dal fumo”, eseguire anche imperfettamente il proprio compito, vale più che compiere in modo perfetto un dovere che non compete alla nostra natura. Questo non vuole certamente giustificare azioni malsane e a tale proposito il maestro Radhakrishnan dice che colui che vive nella grande consapevolezza spirituale non sentirà nessun bisogno di commettere alcun male.
Krishna afferma che esistono peraltro numerosi sentieri verso Dio, che dipendono non tanto da ciò in cui le persone credono, quanto dal loro temperamento individuale. La stessa via dello Jnana Yoga, apparentemente in contrasto con quello del Karma, ovvero dell’azione, è legata al concetto di unificazione, concentrazione del mentale mediante la disciplina unitiva dello yoga.
Colui che decide di dedicarsi alla via della sapienza lo farà attraverso la pratica della meditazione e dello Yoga e questo gli consentirà di riconoscersi come essere immutabile, infinito e presente come principio di unità con l’universo. Nel silenzio, nell’attenzione, nella consapevolezza di ogni istante è possibile raggiungere la comprensione di sé , attraverso il corpo (con le asana), il respiro (con il pranayama) e i “moti mentali” (pratyahara e dharana).
Proprio conoscendosi a fondo, l’individuo potrà agire in conformità alla propria natura, non cadendo nell’errore.
La terza via che la Bhagavad Gita propone ai suoi lettori come mezzo di “liberazione” è quella dell’amore e della devozione; la più semplice e la più sicura per raggiungere la meta. Il Bhakti Yoga diventa quindi un incessante sacrificio e offerta al Divino. Le parole di Krishna a questo proposito sono chiare “Qualunque cosa tu fai, mangi, o offri in libagione, o doni, qualunque austerità tu pratichi (… ) tutto ciò fallo dedicandolo a me” (IX, 27). E senza importanza per il contenuto dell’offerta, ma con la disposizione di un cuore purificato: “Mi si offra con devozione una foglia, un frutto o dell’acqua, l’offerta devota di chi ha il cuore puro, io la gradisco” ( IX, 26 ). L’ esperienza della comunione con la natura divina non verrà mai meno “per colui che Mi vede ovunque e che vede il Tutto in Me, io non sono mai perduto per lui, né mai egli è perduto per Me” (VI, 30).
Tre vie, dunque, accomunate da una certa affinità: l’uomo non è mai esclusivamente dedito alla meditazione o all’azione o teso alla ricerca esclusiva di Dio; egli sviluppa contemporaneamente queste diverse attitudini.
Nell’esporre la sua dottrina, Krishna si mostra fine psicologo nel tenere conto di questa situazione umana e nell’offrire ad ognuno la possibilità di salvezza conforme alla sua disposizione interiore. Gli “esercizi yogici” implicano metodi di controllo dell’attività umana (respiro, movimenti, desideri, pensieri, ecc.), la Gita applica questi metodi all’intera personalità umana, cercando un rapporto equilibrato fra le diverse facoltà (intelletto, mente, volontà, sentimenti, sensi) e attribuendo a ciascuna di esse il suo compito specifico, in rapporto alle varie vie di salvezza.
La dottrina yogica della Gita non è perciò dogmatica, ma cerca di integrare le diverse vie e sottolinea la necessità di ricerca di un equilibrio, armonizzando l’azione del corpo, della mente e dello spirito, insegnando che “l’azione deve essere compiuta, la conoscenza perseguita e la devozione praticata”. Malgrado la stesura di questo poema risalga a migliaia di anni fa, è molto facile trarne spunti e insegnamenti da far aderire al nostro quotidiano.
La “guerra di Kurukshetra” descrive la lotta dell’anima per liberarsi dalle grinfie di maya, o illusione.
Quella guerra, illustra la lotta che ognuno di noi, se posto in un cammino di consapevolezza spirituale, prima o poi,  si trova ad affrontare.
Nella Gita, benché si riconosca la realtà dell’universo e dell’uomo, ricorrono spesso i termini ‘illusione’ e ‘delusione’: due termini strettamente connessi, dato che il secondo è l’inevitabile conseguenza del primo.
“L’uomo è soggetto all’illusione, egli è ingannato dal potere creativo di Dio (maya) e dall’universo visibile che seduce la sua mente e gli impedisce di riconoscere l’invisibile Signore” (VII, 13 -14 ).
Considerando le nostre vite, ci si ritroverà spesso a concludere che l’aspirazione ad alte mete spirituali è spesso frenata dalle seduzioni del mondo sensibile. La ricerca di valori spirituali richiede infatti un severo impegno dal quale molto spesso rifuggiamo per timore, pigrizia o per assenza di motivazione. Le pratiche che lo yoga ci insegna, come l’esecuzione di asana, pranayama e meditazione, una vita non isolata da asceta, ma inserita in un processo sociale consapevole, un ritorno alla riscoperta di riti e offerte alla natura divina, possono essere il mezzo per farci rientrare in una dinamica universale come piccola parte di un grande “tutto” e risolvere in questo modo i dilemmi che ci affliggono.
Dalla Bhagavad Gita impariamo che lo scopo dello yoga è quello di acquisire un’esperienza mistica; possiamo quindi fare nostro il concetto che lo yoga è una disciplina che si propone di unire l’anima individuale a quella della natura divina. Le pratiche, che siano esse attive o passive ma sempre consapevoli, possono condurre all’armonia e alla sensazione di “unione con il tutto”.
(…)
(Articolo pubblicato sul n. 23 della Rivista “Vivere Lo Yoga” Novembre 2008 editore Cigra 2003 srl Milano che si ringrazia per la gentile concessione)