Trova il tuo limite

sintesi di Anna Orsini

Antonio Nuzzo è l’autore dell’articolo pubblicato sul n. 125 di Luglio-Agosto 2018 della rivista “Yoga Journal”.

L’autore afferma che una pratica costantemente Hatha Yoga, specialmente nei centri moderni e occidentali, e non solo, può rischiare di finire per idolatrare il corpo. Si cercano posizioni sempre più difficili, quasi stravaganti, per mettersi alla prova e sentire grande soddisfazione nel successo o grande frustrazione nell’insuccesso.

Il maestro Patanjali afferma che l’attaccamento al corpo è una delle fonti di maggiore sofferenza per l’uomo. Occorre lavorare con il corpo con attitudine distaccato, nella consapevolezza che è una parte mutabile del sé e non va identificato con il vero sé. Gli yama sono cinque strategie che aiutano a non identificarsi con la parte di sé mutabile.

Il primo yama (Sutra 2.35) è ahimsa, la non violenza. La violenza, prima ancora che come pensiero, sorge sotto forma di intenzione e può essere anche auto-diretta. Se riusciamo a non essere ostili nei nostri confronti cesserà qualsiasi altra ostilità intorno a noi. Sarà il corpo, e non la mente o l’intenzione, a decidere quali abilità raggiungere.

Il secondo yama (Sutra 2.36) è satya, la verità. Vedere quella verità del nostro corpo che a volte non vogliamo vedere significa osservare le cose per ciò che sono, ascoltare i segnali del corpo, le sensazioni che ci trasmette. Se la base sarà la verità ogni risultato sarà non forzato e quindi veritiero.

Il terzo yama (Sutra 2.37) è asteya, l’onestà. Essere onesti con il corpo, riconoscerne in modo dettagliato i limiti, i punti di forza e di debolezza, coltivare la verità applicando la non violenza, produce una grande ricchezza fisica e spirituale.

Il quarto yama (Sutra 2.38) è brahmacarya, castità. Castità nel senso di purezza nella consapevolezza che il corpo non è uno strumento per soddisfare l’Ego, ma rappresenta un microcosmico parallelo di Brahma, il creatore, la vibrazione originaria. Per rispetto a Brahma dobbiamo solo prendercene cura.

Il quinto yama (Sutra 2.39) è aparigraha, la non possessività. La brama del possesso è all’origine di tutti i mali. Questa yama ha la più ampia importanza e valenza sociale. Coltivare aparigraha significa considerarsi simili ad ogni altro essere sviluppando un’interiorità che faciliti l’evoluzione naturale. La vita non possiamo possederla perché ci sfuggirà sempre. Impariamo a lasciare scorrere gli eventi, osservarli senza giudicare né giudicarci.