Riprendiamoci lo Yoga

sintesi di Eleonora Pinzuti

Silvia Ornaghi con questo articolo, pubblicato sul n. 30 – Febbraio 2010 – della rivista “Vivere lo Yoga”, tenta di chiarire il concetto pratico e filosofico dello yoga.

L’autrice afferma che la parola Yoga significa “unione”: ridurne il significato, però, all’unione mente-corpo è certamente semplicistico. Infatti “chi pratica lo Yoga attraverso tecniche millenarie cerca di unire la propria anima alla coscienza cosmica”; è questo il significato profondo che i ricercatori hanno avuto come obiettivo nel corso dei millenni, a costo di pratiche ardue e continue tecniche meditative. Anticamente, i filosofi cercavano di sperimentare uno stato di beatitudine definito “Yoga”. Patanjali, che cinquemila anni fa compilò gli Yoga Sutra, ha illustrato una serie di tecniche volte ad aiutare la realizzazione di questa unità. Dire “fare Yoga” non è espressione corretta: si tratta in realtà di pratiche che aiutano a sperimentare quell’unione con il “tutto” grazie alla non identificazione con il proprio sé.

Lo Yoga agisce infatti sul corpo fisico, sulla mente e sulle emozioni, ma il suo fine ultimo è la sospensione del proprio sé per giungere a percepire il concetto trascendente del “Tutto”. Grazie al lavoro sul corpo, si percepisce l’energia che anima la vita fisica, energia che permette di cogliere quanto lo stesso corpo altro non sia che una modalità limitante rispetto all’élan vitale che, attraverso la materia, ci unisce al circostante.

Lo Yoga, inoltre, ci fa entrare profondamente in contatto con un minuscolo “sé”, strada maestra per  sperimentare un “sé cosmico”: sensibilità, osservazione, dolcezza verso il sé diverranno quindi, grazie alla pratica, modalità di relazione con il tutto. La pratica diventa dunque il mezzo per abbandonare pretese e aspettative (mentali o fisiche) verso se stessi, per ascoltare quello che accade. Secondo certa filosofia, del resto, in ciascuno di noi la libertà e la felicità sono naturalmente insite nell’essere, ma la realizzazione di questi stati è spesso ostacolata dai condizionamenti esterni. Dunque, disciplinare il pensiero può implicare un cambiamento profondo nella vita di ciascuno di noi: non a caso Patanjali, negli Yoga Sutra, afferma che lo Yoga è la «sospensione delle attività mentali» (cittavrittinirodha – Y.S. 1, 2). Questa sospensione, riducendo l’invadenza del processo mentale che sostiene l’ego, riduce la sofferenza.

Citta è infatti la coscienza non solo mentale o intellettuale, ma anche emotiva. Il termine è formato dalla radica cit, che significa eccitare e da ta, ciò che rende conscio. Quando la coscienza è colpita da stimoli esterni sorgono reazioni istintive, come le emozioni. Nel sistema Patanjali la mente, come un lago, è attraversata da onde (vritti) che possono essere identificate con i pensieri, o comunque con modificazioni dello stato di quiete: possono sorgere come ricordi o per effetto di agenti esterni. Se lo stato della mente è quieto e si sperimenta un profondo rilassamento, si avverte la possibilità di arrivare a sondare gli strati più profondi della coscienza. Attraverso lo Yoga, regolando i processi del pensiero, si manifesta quella coscienza che i pensieri stessi tendono ad opacizzare. Per Patanjali l’individuo è altro rispetto ai suoi pensieri, e la sua coscienza non è inizialmente condizionata dalla “mente”: è solo in virtù dei condizionamenti sociali, religiosi e culturali che l’ “identità” va a formare la coscienza.

È dunque nella decostruzione di questo concetto che, grazia al lavoro sul corpo, si può giungere alle parti più nascoste e profonde del nostro sé. Il cammino indicatoci dal Raja Yoga, gli otto scalini da salire verso la pura coscienza, potrebbe essere interpretato come il processo di purificazione degli atteggiamenti (yama e nyama), del corpo fisico (asana e pranayama) e della mente (prathyara, dharana e dhyana) per farne strumenti in grado di accedere a verità oltre il sensibile.