Respirare un’arte dove si va a naso

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Respirare un’arte dove si va a naso

sintesi di Luisa Bafile

Marco Consoli è l’autore dell’articolo “Respirare un’arte dove si va a naso” pubblicato sul numero del 21 Agosto 2020 della rivista Il venerdì di Repubblica.

    L’autore Consoli descrive alcuni passaggi del libro “Breath: The New Science of a Lost Art” (Respiro: la nuova scienza di un’arte perduta) pubblicato in America a fine maggio 2020. L’autore del libro, James Nestor, giornalista americano, si è sottoposto ad un esperimento: si è fatto tappare il naso da un rinologo per verificare i tempi della comparsa di eventuali disturbi causati dalla costrizione a respirare con la bocca. Riferisce che dopo soli quattro giorni ha iniziato a russare per gran parte della notte, ad avere apnee, oltre alla necessità di bere e urinare più volte a notte. Ha osservato anche un aumento del livello di ansia, un aumento del 20% della pressione arteriosa e un picco degli ormoni legati allo stress.

    Nel libro, Nestor riferisce che negli USA il 40% della popolazione soffre di ostruzione nasale cronica, dovuta a infiammazioni, inquinamento, stress e polipi pertanto circa la metà della popolazione respira con la bocca.

    In Italia (dati del 2015) i polipi affliggono il 5% della popolazione, mentre la deviazione del setto nasale e le riniti colpiscono una persona su tre.

    Alcuni studi dell’ortodontista Marianna Evans e del dentista pediatrico Kevin Boyd, che hanno analizzato ai raggi X oltre 100 teschi risalenti a migliaia di anni fa, hanno evidenziato che la bocca è progressivamente arretrata diventando più piccola, riducendo di conseguenza le cavità nasali che sono in fondo alla gola. In quei teschi i denti sono perfettamente allineati, mentre oggi sono molto frequenti malocclusioni causate dal restringimento della bocca. Questa trasformazione, subita nel corso dei secoli, ha reso più difficile la naturale respirazione attraverso il naso.

Esistono tecniche respiratorie nate dall’esperienza di persone estranee all’ambito medico. E’ il caso di Carl Stough, direttore di un coro, che negli Anni Cinquanta riuscì ad aiutare alcuni malati di enfisema insegnando loro a respirare profondamente con un uso consapevole del diaframma. Che la respirazione diaframmatica usata dai cantanti giovasse ai malati di enfisema, fu poi confermato dalle radiografie e dalle testimonianze dei medici. 

    Un altro caso è quello della tedesca Katharina Schroth, affetta da scoliosi, che all’inizio del Novecento, all’età di sedici anni, ideò una respirazione “ortopedica”: inspirare per riempire uno dopo l’altro i polmoni torcendo il corpo per allungare i muscoli della schiena e forzando la colonna vertebrale ad assumere la postura corretta. Dopo aver aiutato con il suo metodo molte persone affette da scoliosi, derisa per decenni dal mondo accademico, ha poi ricevuto un’onorificenza per il suo contributo alla medicina.

    Ma, scrive l’Autore, non basta inspirare ed espirare con il naso, è necessario anche respirare meno frequentemente e più a fondo. Chi respira 20 volte al minuto assorbe il 50% dell’ossigeno, mentre chi riduce gli atti respiratori a 6 al minuto ne assorbe l’85%. Ciò è dovuto al fatto che respirando meno frequentemente si lascia agire un meccanismo di feed-back che porta a compensare l’aumento dell’anidride carbonica nel sangue con una dilatazione dell’albero respiratorio e dei vasi sanguigni, cosa che aumenta lo scambio gassoso polmonare e quindi l’ossigenazione del sangue.

    Secondo uno studio di Luciano Bernardi, professore di Medicina Interna all’Università di Pavia, tra gli scalatori dell’Everest era avvantaggiato nel raggiungere la vetta chi respirava meno frequentemente.

    Anche gli studi condotti dagli psichiatri Patricia Gerbarg e Richard Brown dimostrano che un ritmo di respirazione lento è efficace per aiutare pazienti ansiosi e depressi.

    Nestor cita infine la respirazione “tummo” con cui i monaci tibetani riescono ad aumentare la propria temperatura corporea, che alle dita può salire di più di 8 gradi. Si tratta di una tecnica respiratoria non facile da padroneggiare e non priva di rischi. 

Più facilmente accessibili sono le varie modalità di Nadi Shodhana, respirazione a narici alternate, con le quali si può ottenere una diminuzione dello stress, l’abbassamento della pressione arteriosa e il rallentamento del battito cardiaco.

    L’Università di Stanford ha recentemente avviato una sperimentazione con la tecnica del Sudarshan Kriya Yoga, che prevede l’alternanza di vari ritmi di respirazione, per migliorare la salute mentale degli studenti. Su questo tema ci sono stati studi delle Università di Harvard e Yale, ma anche uno studio italiano, condotto nel 2015 da Stefania Doria e Roberto Sanlorenzo del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano. Si è accertata l’efficacia di questa tecnica nel ridurre ansia, sensi di colpa, depressione e fobie.

    Un altro interessante campo di studio riguarda gli effetti di una corretta respirazione sulla capacità di difesa dai virus. Il biochimico statunitense Louis Ignarro, premio Nobel per la Medicina, afferma un effetto di protezione contro i virus esercitato dal monossido di azoto, gas prodotto nel naso e inalato nei polmoni. Questa sostanza, spiega Nestor nel suo libro, ha un effetto antivirale dimostrato già nel 2004 da uno studio di laboratorio su cellule di mammiferi: si è osservato che le cellule esposte al monossido di azoto risultavano più resistenti al virus della Sars. Negli USA sono attualmente in corso 14 studi sulla cura dei malati di Covid-19 con questo gas. 

    E’ inoltre il caso di ricordare che respirando con il naso si inala monossido di azoto in misura 6 volte superiore rispetto a quando si respira dalla bocca.