Quale io sono io?

Quando arriviamo a credere di essere ciò che pensiamo, perdiamo la nostra libertà legando la nostra identità ai processi mentali del nostro cervello

sintesi di Anna Orsini

Sul n. 5 – Agosto/Settembre 2007 – la rivista Yoga + ha pubblicato un articolo che indaga sulla nostra vera identità. L’articolista afferma che, comunemente, l’uomo si auto-definisce solo in base al contenuto della propria coscienza. Tutto ciò che diciamo e facciamo è l’espressione dei pensieri che ne emergono. I pensieri sono il frutto del nostro cervello; ne scaturiscono spontaneamente e incessantemente. I cervello fa e pensa ciò che vuole, eppure continuiamo a dire “Io penso …”, quando sappiamo che in realtà è il nostro cervello a farlo. Da un lato, amiamo definirci esseri autonomi, con una nostra volontà e una nostra libertà, dall’altro, dobbiamo quotidianamente prendere atto del fatto che tanto il nostro corpo quanto il nostro cervello sono autonomi ed hanno una vita e un funzionamento svincolati dal nostro volere.

Che i processi funzionali alla nostra sopravvivenza avvengano senza che ce ne dobbiamo preoccupare è per noi comodo e positivo, ma che accadrebbe se improvvisamente il nostro corpo si mettesse a camminare quando lo vorremmo fermo? Saremmo presi dal panico e, non ci rendiamo conto che il nostro cervello lo fa continuamente.

Noi lo utilizziamo per ricordare, risolvere compiti e quesiti, comprendere il mondo. Di ciò abbiamo coscienza, ma per la maggior parte del tempo della nostra vita, il cervello è attore e regista di processi che non possiamo controllare. Chi è, quindi, che decide all’interno del cervello?

Ci identifichiamo con i nostri pensieri ma l’inquietudine nasce dal fatto che sappiamo di non poterli controllare. Percepiamo il nostro corpo come un’entità diversa dal nostro Io interiore, dalla nostra coscienza. Abbiamo l’impressione di “possedere” il nostro corpo, ma di “essere” il nostro cervello.

Soffermiamoci sul termine “Io”. Nella nostra percezione, “Io” è un termine che utilizziamo per descrivere noi stessi: vale a dire, una persona con un proprio nome, una storia, delle ben precise caratteristiche, delle capacità, abitudini e condizionamenti.

Immaginiamo un tipo diverso di “Io” e, per comodità, chiamiamolo “Ego”. Intendiamo, in questa sede, con questo termine, un elemento del tutto neutrale che può essere paragonato al sistema mentale interessato soprattutto alla sopravvivenza e al benessere del corpo e che comprende tutto ciò che abbiamo vissuto e pensato.

L’Ego non può accedere e comprendere concetti quali “Dio”, “Amore”, e “essere uno con tutto”. La sua attività è spesso aberrante; talvolta è in guerra con se stesso con sensi di colpa e rimpianti. Per l’Ego pace e serenità non esistono perché esso rincorre continuamente il sapere e la sicurezza.

Tuttavia, in molti di noi, esiste la percezione di un centro, di un’istanza che vive a prescindere da noi. Questo centro non pensa e, quindi, non sbaglia, non è mai stanco, è solo cosciente. Il senso interiore di identità all’interno di noi stessi è sempre calmo, non valuta, non giudica.

Se differenziamo il concetto di percezione dal concetto di conoscenza, vale a dire, dalla percezione dell’oggetto alla concettualizzazione che ne deriva, ci accorgiamo che il nostro sistema mentale s affida a schemi che, spesso, sono meta-schemi e meta-meta-schemi.

Più che di conoscenza, si parla di riconoscimento di un oggetto all’interno di categorie precostituite e, si finisce col pensare “reale” ciò che in realtà è “filtrato” e, quindi, illusorio. In questo modo, legando la nostra identità ai nostri processi mentali, perdiamo la nostra libertà e la pace.

Per sottrarci al potere del pensiero, bisogna imparare a concentrarci sulla percezione stessa, ad esercitarci a vedere, sentire, ascoltare, senza riconoscere.

Inizialmente, sarà una lotta continua di allontanamento-avvicinamento del pensiero. Tuttavia, questo sforzo servirà ad interrompere quegli automatismi del pensiero che in precedenza erano del tutto indipendenti e incontrollabili.

Pian piano si arriverà a non combattere né ad accettare il pensiero, ma semplicemente a lasciarlo andare. Col tempo sarà più facile immergerci nella pura percezione e restarci per tempi sempre più lunghi. Si arriverà a vedere, sentire e ascoltare senza accendere il pensiero.

Separarsi dall’Ego è uno dei processi più complicati che l’individuo possa intraprendere. L’Ego si difenderà, cercando di attirare la nostra attenzione ancorandola alla razionalità. Occorre una grande forza di volontà per capire il nostro pensiero e liberarcene, ma, come dice Patanjali, all’inizio dello Yoga-sutra, lo “Yoga aiuta ad eliminare le fluttuazione della mente” e a raggiungere la pace e il nostro vero essere.