Oltre le sbarre

sintesi di Daniela Barbieri

Sul n. 28 del novembre 2008 della rivista “Yoga Journal”, Benedetta Spada esamina gli effetti dello yoga su alcuni detenuti di alcuni istituti di detenzione italiani.
Lo yoga, di regola, cerca di creare nuove opportunità di benessere psico-fisico individuale, ampliabile, poi, al benessere altrui e, quindi, a quello sociale.
E’ stata questa la base della ricerca sperimentale partita in alcuni istituti detentivi italiani. All’estero, soprattutto in Inghilterra, i corsi di yoga nelle carceri sono consolidati; in Italia invece la burocrazia crea ancora alcuni problemi.

Ecco in dettaglio alcune esperienze in Italia.

Nel carcere di Bollate, un gruppo di insegnanti di Milano ha introdotto un corso di Ashtanga Yoga una volta alla settimana, prima nel reparto maschile e poi in quello femminile. Con questo lavoro, naturalmente tendente al raggiungimento di risultati positivi, non sono mancati episodi di soddisfazione come quello di un detenuto che ha espresso il desiderio di diventare insegnante di yoga, o quello di un ragazzo che, dopo aver “spiato” il corso per molto tempo, ha chiesto di prenderne parte.
Nella Casa Circondariale di S. Maria Maggiore a Venezia, circa 15 detenuti seguono, dal 2006, un’ora di yoga seguita da un’ora di filosofia. Attraverso la pratica yoga sviluppano “una maggiore consapevolezza di sé e della propria emotività” e i movimenti yoga, dolci e lenti, apportano loro un grande beneficio fisico e psichico poiché vivono in ambienti molto ristretti.
Presso il Centro di Custodia Attenuata Mario Gozzini, a Firenze, che ospita ragazzi con problemi di droga, le lezioni si svolgono settimanalmente per due ore consecutive sempre con lo scopo di una educazione psicofisica.
Nel Carcere di Rebibbia a Roma, uno psicoterapeuta ha associato lo yoga alla psicoterapia, anche con detenuti psicolabili: l’esperienza, ritenuta positiva, mira “a formare alcuni detenuti come operatori di sostegno ai malati”.
Inoltre, dal 2007, vi insegna yoga, fuori dalla burocrazia, un insegnante che opera con gruppi di dieci detenuti coi quali ha stabilito un buon rapporto e creato un giornalino che riporta l’esperienza della pratica yoga.
Infine, nel Carcere femminile di Pozzuoli è in atto un corso frequentato da un numeroso gruppo di persone (circa venti) che non hanno altre attività da seguire. Soprattutto le straniere danno soddisfazione, forse perché “il linguaggio dello yoga è universale…e libero da preconcetti e barriere”.
Benedetta Spada conclude con la considerazione che, lo con yoga, la carcerazione può finalmente essere vista “come via di riabilitazione”.