Occhio al Cuore

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Occhio al Cuore

sintesi di Eleonora Pinzuti

Per vedere la realtà senza “illusioni” bisogna recuperare l’innocenza infantile. È ciò che insegna Il Piccolo Principe.

Gianni Da Re Lombardi inizia in questo modo il suo articolo, pubblicato sul n. 55 – Luglio-Agosto 2011 – della rivista Yoga Journal, sulla fiaba di Antoine de Saint-Exuperty.

L’autore della fiaba , sostiene Da Re Lombardi, afferma che per tutta la storia della civiltà i bambini non sono mai stati considerati come qualcosa di “speciale”: erano degli adulti incompleti e non particolarmente innocenti. Se pensiamo a due fiabe come “Hänsel e Gretel” o “Pollicino” si comprende come si tratti di storie che evidenziano come i bambini dovessero imparare a trarsi d’impaccio precocemente e autonomamente.

Solo con l’emergere della borghesia cittadina nacque l’infanzia come la conosciamo oggi. Infatti, nella civiltà contadina e pastorale, ai bambini non erano risparmiate esperienze come l’accoppiamento o l’uccisione degli animali, ed erano assai precocemente impiegati come forza-lavoro, trasformati in mendicanti e ladruncoli (si pensi a romanzi come “Oliver Twist” o “David Copperfield” di Charles Dickens), impiegati come spazzacamini o imbarcati su navi mercantili all’età di sette anni. Nelle società meno sviluppate, del resto, permangono purtroppo situazioni simili
“Il Piccolo Principe” è uno dei romanzi più noti sulla consapevolezza infantile: adulti e bambini scoprono che l’infanzia è un periodo magico, di fondamentale importanza nella vita di ciascuno. In ambito italiano si ricorda il “Giornalino di Gian Burrasca” (1907) la cui pubblicazione anticipò di decenni le rivolte culturali del 1968. Nella civiltà urbana i bambini offrono una visione più diretta e meno ingannevole rispetto agli adulti, gravati da convenzioni e rappresentazioni sociali.

In questo senso acquista maggior significato la frase pronunciata, nel racconto, dalla volpe: l’essenziale è invisibile agli occhi. La nostra società è sempre più “visiva”, tanto che “guardare” ci sembra l’unico modo per comprendere la realtà. Ma ciò che vediamo attraverso la vista – si pensi all’invenzione della fotografia avvenuta circa duecento anni fa – è sempre una rappresentazione simbolica della realtà. Il romanzo di Saint-Exupery fu pubblicato nel 1943, mentre la televisione stava affermandosi come media di massa. La cultura popolare era costellata di rotocalchi, cinema, divismo e propaganda politica o militare. A questo bombardamento visivo sembra contrapporsi uno dei messaggi dell’autore: i bambini sono più vicini alla realtà perché hanno meno sovrastrutture.

Per questo, un altro dei possibili significati del racconto di Saint-Exupery può risiedere nella presa di coscienza che tutto ciò che vediamo altro non sia che una rappresentazione della realtà e non la realtà assoluta. Le immagini non sono altro che una riproduzione, decodificata dal nostro sistema nervoso e interpretata dal nostro bagaglio culturale.

La stessa analisi può riguardare le parole, che altro non sono, dunque, una esposizione illusoria della realtà che ci circonda e non la realtà in sé. Il modo più diretto che abbiamo per avvicinarci alla realtà è praticare yoga. Osservando le stelle percepiamo un puntino luminoso a milioni di anni luce di distanza, non possiamo certo farne esperienza diretta. Solo con la pratica possiamo percepire un barlume nell’Universo: la realtà di noi stessi.

Al di fuori di noi, l’ambiente, la realtà, è sempre diversa da come la percepiamo.