Non aver paura di essere mortale

sintesi di Anna Orsini

Ferruccio Ascari, in questo articolo pubblicato sul n. 83 – Maggio 2014 –  affronta il tema dello stress.
L’autore osserva che avvertire un pericolo genera paura e istinto di difesa e sopravvivenza. Nel nostro corpo e nella nostra mente scattano dei meccanismi di difesa e sono rilasciate delle sostanze atte a salvaguardarci.
La sofferenza (klesha) deriva dal permanere in questa condizione di allarme anche quando rusulti immotivata. L’attaccamento alla vita, e quindi la paura più grande – quella della morte – prevale nell’uomo, così come la fatica e il dolore che ne derivano.
Riconoscere questa verità è già un aiuto per ridurne l’influenza. La pratica degli asana rende il corpo più sano e resistente, la respirazione controllata, pranayama, tende a “ripulire” l’uomo dal terrore della morte, la calma mentale, indotta dalla meditazione, scioglie le idee ossessive, il flusso dei pensieri sarà più governabile e, alla fine, lo stress si allevia (Patanjali).
Un’altra causa di afflizione, sempre secondo Patanjali, è dvesha, la repulsione, così come raga, l’attrazione. Si tratta delle facce della stessa medaglia: l’attaccamento. Entrambe le cose, ciò che ci ripugna e ciò che ci attrae, provocano stress. La tensione dal difenderci da ciò che vorremmo evitare è pari a quella che proviamo nel desiderio di possedere ciò che ci attrae.
Rispetto agli altri esseri animati dove, per quanto ne sappiamo, lo stress termina allo svanire di ciò che l’ha provocato, nell’uomo il tutto è aggravato dalla presenza di asmita.
Asmita è la capacità di percepirsi come soggetti separati da ciò che ci circonda e la conseguente impossibilità di vedersi come appartenenti al tutto. Questa sensazione di separazione, suggerita dal nostro Ego, genera un angoscia esistenziale  peculiare all’uomo.
L'”io” umano sembra alla continua ricerca di completezza e di armonia con il tutto. Questa scissione soggetto-oggetto è di sicuro la fonte da cui scaturisce il percorso di conoscenza e di progresso, così come l’eterna paura nel percepirsi non più fusi con la Natura.
La consapevolezza del destino umano, che scaturisce dalle “caratteristiche” di solitudine dell’uomo, è anche l’inizio del percorso di conoscenza: un valido aiuto per combattere lo stress che deriva dal “male di vivere”.