L’occhio Interiore

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L’occhio Interiore

sintesi di Luisa Bafile

Quando gli occhi non vedono, ogni parte del corpo si trasforma in un organo di percezione del mondo esterno e del mondo interiore. Lo yoga per le persone non vedenti o ipovedenti diventa uno strumento di consapevolezza della propria fisicità e dello spazio dentro e fuori di sé.
In questo articolo di Rita Bertazzoni, pubblicato sul n. 30 di Febbraio 2009 della rivista “Yoga Journal”, tre donne raccontano le loro esperienze in questo specifico campo di disabilità.
Manuela Borri Renosto ha 71 anni ed è ipovedente dalla nascita. Ricorda un’infanzia di solitudine, rinchiusa in un mondo tutto suo nel quale rifugiarsi sottraendosi al mondo esterno e al dolore che la sua indifferenza procura. Intorno ai 25 anni Manuela conosce lo yoga e l’esperienza meditativa del mantra yoga, iniziando contemporaneamente un lungo cammino di analisi junghiana. Oggi è insegnante di raja e mantra yoga e dirige il Centro Myoga a Roma.
Lo yoga, dice Manuela, può essere vissuto interamente da ipovedenti e non vedenti. Queste persone sviluppano la capacità di “vedere” attraverso il corpo, con l’udito, l’olfatto, il tatto; attraverso la pelle, percependo il respiro e la vibrazione del suono. Questa attenzione percettiva, anche extrasensoriale, si accompagna alla capacità di raggiungere lo spazio interiore con estrema facilità. Non vedendo le forme, percepiscono la materia a un livello più sottile. Ciò, del resto, è quanto ricerca lo yoga ed è espresso nel concetto di pratyahara.
Naturalmente non si può usare la stessa metodologia con tutti. Manuela lavora con il respiro, abbinando il pranayama a semplici asana e all’uso dei suoni che aprono verso l’esterno (la vocale “a”, poi le consonanti o i bija). Anche le posture sono scelte per l’apertura del torace, lo sblocco del diaframma, lo scioglimento di rigidità e tensioni muscolari. Le posizioni in piedi e di equilibrio sono eseguite avvicinandosi al muro per riceverne un sostegno. La pratica, attentamente seguita dall’insegnante, sviluppa una maggiore consapevolezza del proprio corpo e dello spazio esterno.
Simona de Tilla insegna Iyengar Yoga a Napoli. Recentemente ha iniziato a collaborare con una associazione di sostegno per non vedenti. Racconta esperienze analoghe: la grande capacità di sviluppare la funzione percettiva in altri organi, soprattutto nelle mani, che si posano sul corpo, ascoltandolo, mentre esegue semplici movimenti.
Per evitare sensazioni di frustrazione, Simona non pone troppo l’accento sulle asana e dedica invece molto tempo al pranayama, alle posture che mantengano il torace aperto e facilitino il rilassamento dei muscoli intercostali, e soprattutto al rilassamento finale in shavasana.
Anche lei ha osservato nelle persone non vedenti una straordinaria capacità di concentrazione, che spesso una persona vedente raggiunge dopo molti anni di pratica.
Elisabetta Vianello è una persona non vedente. Ha frequentato recentemente la scuola di formazione per insegnanti S.F.I.D.Y. diretta da Claudio Conte, ma pratica yoga da più di trent’anni. Ha conosciuto lo Yoga Cristiano del padre benedettino francese Jean Marie Déchanet, che dall’Oriente ha portato posture, pranayama e formule di meditazione fondendole per arrivare alla preghiera profonda.
Dice Elisabetta che Dio si incontra nel silenzio, e lo yoga è la via del silenzio. Attraverso il respiro si sciolgono le tensioni, durante le asana e la meditazione si arriva a percepire l’energia dell’universo. Non crede affatto che la disabilità ponga dei limiti alla pratica e, del resto, la maggior parte delle posture vengono eseguite ad occhi chiusi anche da chi vede.
In realtà, ogni praticante di yoga sperimenta il “sentire il corpo” e il vedere interiormente la postura, percependone la forma e identificandosi con la sua essenza.