Lo Yoga della Tradizione

sintesi di Anna Orsini

Swami Virananda – in quseto articolo apparso sul n. 65 – Nov/Dic. 2015 – della rivista “Vivere lo Yoga”, ci parola degli Asana.

L’autore afferma che nel V secolo a.c., nei suoi Sutra, Patanjali definì il fine ultimo dello

yoga: eliminare le fluttuazioni della mente per poter meditare correttamente ed entrare nel Samadhi. Inoltre, Patanjali afferma anche che “la posizione deve essere stabile e confortevole”.

Nel corso dei secoli, gli asana sono stati diversamente enfatizzate: dalla Shiva Samhita (che parla di 84 asana) alla Gheranda Samhita (ne cita 32) e da Svatmarana (15) a Vashishtha che previlegia gli asana adatte alla meditazione (4).

Poche ed essenziali, tenute a lungo, coordinando mente, corpo ,respiro.

Di recente, per motivi di moda, di cassa, di immagine, molti insegnanti occidentali , e purtroppo anche orientali, tendono a previlegiare il fisico trasformando gli asana in esercizi ginnici.

Una grande quantità di posizioni complesse e performanti vengono eseguite con troppa fretta.

Chi pratica yoga si aspetta dei risultati su ogni aspetto della vita e non solo quello fisico. La nostra mente è limitata ed imperfetta ed è alla base di angoscia e frustrazione e dell’insorgere di disturbi di origine psicosomatica.

Un asana è un esercizio complesso che richiede attenzione e concentrazione su ciò che accade nel corpo in seguito ad un movimento; la consapevolezza delle fasi e delle funzioni del respiro, degli effetti che il respiro produce sugli organi interni, sui centri di energia e di equilibrio.

Un semplice piegamento in avanti richiede la stessa concentrazione e lo stesso livello di consapevolezza di una complessa posizione da contorsionista.

Questo è lo yoga della tradizione che non segue mode, che non induce alla competizione, che opera un mutamento profondo di tutto l’assetto esistenziale del praticante.