Lo Yoga come porta verso sè stessi

di Walter Ferrero e Andrea Di Terlizzi

Lo Yoga – benché nella sua forma scritta risalga a circa 3000 anni fa – vanta più di ottomila anni di conoscenza; ma anche prima della sua codificazione e prima ancora dell’avvento delle religioni, queste conoscenze già esistevano in altre forme.

La storia dell’umanità è lunghissima e vastissima. Abbiamo il dovere – e il diritto – di amare questa storia, questo percorso di lenta evoluzione, perché ci appartiene, ci rappresenta e racconta molto di ciò che siamo. La storia dell’umanità- vista in senso globale- è infatti la nostra storia, e dobbiamo concepirla come quella di un unico essere che camminando nel tempo ha attraversato montagne, deserti e oceani. Quando respiriamo, quando inaliamo l’aria che ci circonda e permea il nostro mondo, esprimiamo questa esistenza comune, ed è come se respirassimo insieme, nello stesso istante, poiché siamo un unico corpo che pulsa e si evolve.

Patanjali è stato un pilastro della tradizione indiana e della dimensione dello Yoga: da solo, egli ha compiuto un lavoro immenso, lasciando un corpo di insegnamento che successivamente centinaia di migliaia di praticanti hanno studiato e praticato nell’arco di secoli. Lo Yoga di Patanjali – essenzialmente il Raya Yoga – rappresenta la piena vetta del corpus di conoscenze di questa antichissima disciplina, anche se lo Yoga in realtà è molto di più. Come essenza della costruzione di sé – quel lavoro che conduce al riconoscimento, alla realizzazione di se stessi inseriti in un unità cosmica – lo Yoga è una via maestra che porta all’abbandono nell’identificazione nell’io, fino alla realizzazione dell’intima armonia che collega ogni cosa come un unico corpo manifesto.

Ben più antico tuttavia dell’epoca di Patanjali, lo Yoga, come un grande fiume, ha assorbito, toccato, vivificato e recuperato molte dimensioni di conoscenza. Da rivolo è diventato ruscello, torrente, ampliandosi sempre più e divenendo infine un maestoso corso d’acqua, carico di esperienza, dedizione e sacralità. E’ entrato a far parte della tradizione tantrica – già esistente- e ha influenzato successivamente anche il Buddismo, così come numerose altre tradizioni lontane dall’India. Patanjali ha il merito di aver sistematizzato le conoscenze presenti nella sua epoca e di averle fomulate per primo attraverso la scrittura, ponendo le basi del lavoro successivo. Egli ha descritto perfettamente il percorso del praticante, tracciandolo passo passo, fin nei minimi dettagli.

Nei suoi Yoga Sutra, chiunque pratichi lo Yoga può ritrovare le sensazioni, le difficoltà, le paure, le conquiste, gli stati di coscienza attraversati, a livelli di lettura sempre più profondi, in corrispondenza con la crescita della consapevolezza nella pratica e nella comprensione. Lo Yoga, insomma, è un patrimonio, un tesoro prezioso per l’umanità intera, all’interno del quale è contenuto tutto ciò che può servire a compiere il percorso verso la realizzazione di se stessi, nella consapevolezza dell’unità del tutto.

In questo senso, lo Yoga non è esclusività di nessuno e – come per tutto ciò che proviene da un’esperienza di realizzazione- è trasmesso da maestro a discepolo, rendendo libero quest’ultimo di compiere il proprio percorso di comprensione, passo dopo passo.

Tuttavia, nel processo di scoperta dello Yoga da parte della mentalità occidentale, come spesso avviene nell’approccio razionalista e consumistico, il significato dell’antica disciplina si è infine snaturato, dando luogo a un valore d’uso alquanto distorto e riduttivo di questo potentissimo strumento. Oggi “si fa Yoga per stare meglio, per rilassarsi, per allentare le tensioni e far fronte ai disagi di una vita disordinata e disarmonica.

Non c’è dubbio che lo Yoga aiuti in questo: è il minimo che una disciplina tanto antica e sapiente possa offrire al fragile uomo contemporaneo; ma gran parte delle persone che entrano in contatto con lo Yoga, oggi profuso a piene mani da palestre, centri benessere, alberghi, villaggi-vacanza e quant’altro, si vedono offrire nientemeno che una “pillola”, una medicina sintomatica per abbattere quella febbre che segnala un disagio assai più profondo. Così, lo Yoga diventa un lenitivo come un altro, alla stregua di un buon massaggio, una sauna, una corsa mattutina in un prato o una piacevole serata con gli amici. Poco a vedere con la sacra e antica tradizione nata nelle ere, dalla passione, dal desiderio e dalla dedizione di milioni di praticanti.

Tutto ciò rischia di farci perdere una grande Possibilità: quella di utilizzare uno strumento tanto straordinario, attraverso le modalità che gli sono proprie, consentendoci di raggiungere quei traguardi per i quali è stato creato e perfezionato nei millenni. Sarebbe come se usassimo un aeroplano per andare a fare la spesa, ignorando che attraverso questo mezzo di spostamento potremmo visitare in poco tempo l’intero mondo.

E’ saggio non lasciarsi irretire dalla dimensione di consumistica superficialità che già subiamo ampiamente per altri aspetti della nostra esistenza. Chi “pratica” Yoga, è spesso simile a una persona che ha nella sua casa una tela d’inestimabile valore, credendo di possedere un quadro qualsiasi.

Lo Yoga non è un farmaco miracoloso che armonizza una realtà disarmonica! Semmai, è quella vita priva di “visione” che sperimentiamo inconsapevolmente il vero veleno per il nostro stato armonico innato.

Lo Yoga è lo stato naturale, è il contatto costante e consapevole con il nostro corpo, con i nostri processi emotivi e i nostri pensieri, fino all’emersione sempre più decisa del nostro essere, del nostro Sé originario.

Invece, noi tendiamo a dividere la nostra vita fra la verità di ciò che siamo e un qualche obiettivo esterno, o attività che nulla hanno a che fare con la comprensione di noi stessi. Questa distinzione – questa separazione – rende assolutamente impossibile un efficace pratica dello Yoga.

Se si vuole che lo Yoga possa trasformarci profondamente con la sua antica saggezza, occorre andare “all’interno”, e assumere un atteggiamento di completa devozione alla vita, di “sacralizzazione”. Devono cadere giudizi ed egoismi innati; deve essere eliminato l’accanimento su ambizioni e attaccamenti quotidiani. Qualunque nostro gesto o azione, deve procedere dalla porzione di verità che scopriamo giorno dopo giorno, e non da processi emotivi, da calcoli mentali o da esigenze biologiche; deve potersi riferire a una verità “superiore”. Questo approccio allo Yoga lo rende una vera porta per la scoperta della verità. E’ una grande possibilità.

(articolo pubblicato sul n. 20 Maggio 2008 della Rivista Vivere lo Yoga editore Cigra 2003 srl Milano che si ringrazia per la gentile concessione)