Lo Sguardo che Vede

sintesi di Marco Lunghi

Sul n. 9 della rivista Yoga Journal di Febbraio 2007, Moiz Palaci, sostiene che guardare e vedere non sono la stessa cosa.

Guardare significa ricorrere alla vista per uno scopo. Quando si guarda si ha già un’idea di ciò che ci si può aspettare. Operiamo secondo schemi maturati nel corso della nostra esistenza, per cui il nostro sguardo è disattento e noncurante. Un albero è solo un albero, una persona nient’altro che uno dei tanti, ogni cosa diventa oggetto, forma infinitamente replicata priva di ciò che la rende unica e misteriosa. L’interesse e l’attenzione si riaccendono solo quando non riusciamo ad incasellare un evento nel già conosciuto.

Vedere è la proprietà fondamentale della mente che consente di “conoscere” il mondo e gli eventi in modo diretto, prima che ogni forma di descrizione della “cosa”, della sua interpretazione, venga attivata. Vedere comporta un contatto di prima mano maturato nel silenzio. Silenzio non cercato né voluto, ma presente naturalmente in noi. “Vedere” è l’azione centrale di quel particolare percorso di ricerca interiore chiamato yoga.

Su questo sguardo che vede poggiano sia la meditazione sia l’atto creativo.

Entrambe le esperienze, infatti, presuppongono un rapporto diretto con l’evento, entrambe si basano su un processo di apprendimento che consente di capire attraverso ciò che si “vede” e non ciò che si “sa”.

Dhyana (meditazione) è il termine sanscrito che corrisponde esattamente a questo atto di visione. Dhy significa “verso l’interno”, uno sguardo verso la parte più profonda di noi. Dhyana poggia sulla nostra capacità di comprensione immediata e silenziosa, componente essenziale della nostra intelligenza. E’ quel flusso di ascolto che mettiamo in atto ogni qual volta siamo realmente interessati a penetrare un campo nuovo, del tutto ignoto.