Lezione di Yoga: Imparare ad Insegnare

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Lezione di Yoga: Imparare ad Insegnare

sintesi di Anna Orsini

Il numero 11 della rivista “Yoga +” Giugno-Luglio 2008 ha pubblicato un articolo sull’arte di insegnare.
L’articolista sostiene che un tempo, tradizionalmente, il rapporto insegnante-allievo, nello yoga, era molto stretto e il periodo di apprendimento, spesso, durava anni. I tempi sono cambiati, oggi, è possibile diventare insegnante di yoga frequentando corsi intensivi di poche settimane seguiti, eventualmente, da corsi di specializzazione.
In questo modo, è possibile che vengano trascurati aspetti dell’insegnamento molto importanti: ad esempio, il significato fondamentale della comunicazione verbale e non verbale all’interno di una lezione di yoga. Per l’insegnante è essenziale sviluppare l’attenzione, l’empatia, la consapevolezza per poter trasmettere all’allievo che deve seguire con il massimo della motivazione e dell’interesse. Tutti gli allievi, pur nella loro diversità, devono essere seguiti, istruiti e motivati.
L’insegnante non dovrebbe seguire i propri gusti, le proprie preferenze, né dare giudizi (yoga-sutra di Patanjali); dovrebbe invece aiutare i suoi allievi ad individuare e sviluppare le proprie potenzialità, a riconoscere i propri limiti ed accettarli.
Un allievo non deve sentirsi rifiutato o mal compreso. La consapevolezza acquisita attraverso l’insegnante non potrà che indirizzare il suo linguaggio verso concetti quali la tolleranza, l’apertura, il rispetto e l’amore.

L’importanza dell’effetto del linguaggio è un argomento di recente preso in considerazione da studiosi, linguisti, psicologi e ricercatori spirituali. Gli studi del dott. Masaru Emoto sui cristalli d’acqua hanno dato risultati sorprendenti. I cristalli sono stati esposti a parole positive, musiche dolci, preghiere, così come a parole e musiche aggressive, amare o violente e, poi, fotografati al microscopio. I cristalli sembrano reagire conseguentemente al tipo di stimoli, assumendo forme armoniche o caotiche. L’uomo è costituito al 70% di acqua.

Kay Pallak, regista del film “As it is in heaven”, il monaco zen Thich Nhat Hanh e, non ultimo, Marshall Rosenberg, hanno concentrato le loro indagini sugli effetti della comunicazione non-violenta, verbale e non-verbale, sulla benevola attenzione verso sé stessi e verso gli altri, sui meravigliosi effetti dell’empatia nelle situazioni più critiche.

L’insegnante di yoga non dovrebbe mai dimenticare che tutti, anche involontariamente, comunichiamo in ogni momento. Le sue parole, i suoi gesti, le sue espressioni, i suoi abiti parlano in ogni momento di lui. L’allievo non dovrebbe essere portato ad interpretare questi segnali e tali elementi come negativi nei suoi confronti. Il compito dell’insegnante a non abbassare il suo livello di attenzione e di consapevolezza in ciò che dice e che fa è molto impegnativo.

Persino il carisma che un insegnante può possedere può risultare di ostacolo al corretto svolgimento di una lezione di yoga. Può accadere, infatti, che l’allievo possa essere distratto dai contenuti a causa della forma accattivante nella quale vengono presentati. Il buon insegnante dovrebbe sviluppare le qualità dei suoi allievi senza indurli ad assumere atteggiamenti competitivi o troppo scoraggianti e rinunciatari.

La corretta trasmissione di un contenuto poggia su quattro capisaldi:

  1. Semplicità – uso di frasi brevi, parole semplici, formulazioni comprensibili;
  2. Strutture – suddividere in diverse lezioni, gli argomenti che richiedono esposizioni verbali lunghe ed impegnative;
  3. Precisione – preparare le lezioni secondo il principio dell’essenzialità; introdurre un nuovo concetto accompagnandolo con un esempio;
  4. Tensione – passione nel trasmettere concetti che non devono apparire astratti e lontani dall’allievo, ma strettamente e concretamente legati alla sua vita. Attraverso la riflessione su di essi l’allievo potrà intraprendere in maniera autonoma il suo percorso evolutivo e di arricchimento spirituale.