L’enigma di sempre

sintesi di Iolanda Taranto

Sul n. 25 – Luglio-Agosto 2008 – della rivista Yoga Journal Giampiero Comolli affronta il complesso tema della Temporalità.

L’autore introduce il confronto tra la concezione del tempo lineare, tipica della società occidentale, e la concezione orientale del tempo ciclico, prendendo in considerazione quel fenomeno noto come déjà vu.

Talvolta capita di provare sensazione di aver già vissuto un avvenimento. La certezza di aver già visto quella scena, di cui però non riusciamo a determinare il quando e il dove, ci destabilizza perché irrompe nello scorrere uniforme e irreversibile degli eventi, come se un qualche avvenimento avesse l’inopinata facoltà di ripresentarsi.

Tale turbamento nasce dal fatto che in Occidente abbiamo una concezione lineare del tempo, secondo la quale gli eventi si succedono uno dopo l’altro, senza che essi si possano ripetere. Lasciamo il passato alle nostre spalle avanzando, attraverso il presente, verso un futuro che speriamo migliore e, in ogni caso, diverso da tutto ciò che è trascorso.

L’idea che il tempo sia come una freccia scagliata in avanti trae le sue origini, sostiene Comolli, dall’Ebraismo e dal Cristianesimo. Sono stati i profeti d’Israele e poi la venuta di Gesù a farci pensare che il cammino dell’umanità sia una sorta di linea dritta che giungerà alla redenzione finale. Per ebrei e cristiani, Dio interviene nella storia dandole una direzione, un senso.

Molte altre civiltà hanno all’opposto considerato il tempo come una dimensione destinata alla ripetizione eterna. Per i popoli “primitivi” il tempo storico è imperfetto, rispetto al tempo sacro delle origini, in cui gli dei hanno creato il mondo.

Ma il tempo sacro può rivivere ogni volta che si celebra un rito. Nella ritualità si annulla l’irreversibilità della storia.

La civiltà indiana, invece, si basa sulla concezione dei cicli cosmici: il ritmo dell’universo si scandisce secondo una periodica creazione, degenerazione, distruzione e successiva ricreazione di tutte le cose. Il tempo dell’universo si dispiega girando su se stesso come una ruota, in una ripetizione infinita di distruzioni e rigenerazioni. A livello esistenziale il ciclo si traduce in nascita, sofferenza, morte e rinascita ad una nuova condizione di vita. L ‘essere è imprigionato nella ruota del “samsara”, da cui potrà liberarsi quando giungerà all’unione con l’Uno, l’Assoluto posto al di là del tempo. Tale liberazione è raggiungibile attraverso la conoscenza delle leggi che regolano l’universo e la lenta e assidua pratica dello yoga.

La paziente ripetizione delle posture sacre (asana), permette di uscire dal tempo per unirsi all’Assoluto in uno stato di beatitudine.

Similmente il cristiano, può vivere la beatitudine con la costanza nella pratica della preghiera e dell’amore. In entrambi i casi si tratta di percorrere, con pazienza e perseveranza, un cammino spirituale.

Esercitarci nella lentezza, conclude l’autore, cioè diminuire la velocità del nostro agire, ci consente di uscire dall’affannosità del tempo per raggiungere la pace.