Le ragioni dell’Altro

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Le ragioni dell’Altro

di Federico Matrone *

Negli ultimi anni, in alcune ristrette minoranze, si fa un gran parlare su temi quali il rispetto della diversità, la convivenza civile, la tolleranza, ecc.

Tutto ciò fa presupporre un certo livello di coscienza individuale e collettiva.

Argomenti simili, e le ragioni che sostengono tali temi, suscitano un certo livello di auto-gratificazione, oltre a dare un certo lustro all’ambiente in cui tali argomenti sono trattati.

E’ intorno a temi come questi che nascono e si fortificano determinate relazioni sociali, prende corpo e si modella un certo livello di identificazione collettiva.

La cosa diventa ancora più degna di interesse se focalizziamo la nostra attenzione all’interno di tali gruppi sociali che, una volta auto-definitisi tolleranti, quadrano – per così dire – il cerchio, diventando impermeabili verso l’esterno e coltivando quasi esclusivamente i rapporti all’interno della singola e specifica comunità.

La proclamata tolleranza, il rispetto della diversità – tanto enfatizzate a parole – trova applicazione pratica quasi esclusivamente all’interno del gruppo sociale di appartenenza. Tutto ciò (e quel che è peggio tutte le persone) che è situato, per esclusione, al di fuori del gruppo perde la dignità di essere, diventa un non-essere, l’altro. Operando in questo modo, diventa alquanto semplice (e comodo) indossare i panni della tolleranza e del rispetto dell’altrui diversità. Che merito deriviamo dall’intessere relazioni sociali solo con le persone che la pensano (più o meno) come noi? Qual è lo sforzo – fisico e mentale – che operiamo nel coltivare relazioni con qualche clone di noi stessi? Dov’è l’Altro?

Chiusi nella nostra visione unilaterale del mondo, non avvezzi all’ascolto di voci dissonanti alle nostre, chiudiamo – presto o tardi – le porte al dialogo ed escludiamo, emarginando, chi esprime una visione opposta, o perfino semplicemente diversa, alla nostra. Incapaci di rimettersi in gioco e di riadattare, in continuazione, la propria postazione di osservazione, evitiamo – anche per pigrizia mentale – il confronto-scontro-arricchimento con l’Altro.

In questo modo, riduciamo i nostri possibili interlocutori in una delle infinite variabili che potrebbero manifestarsi in un domani remoto, ma sappiamo da subito che tale eventualità non avrà modo di concretizzarsi. Ciò che accade nel mondo reale esterno ha già avuto luogo, come antefatto, all’interno della nostra mente. In un certo senso, si può affermare che ciò che si verifica nel mondo esterno rappresenta la manifestazione grossolana ed evidente di ciò che in precedenza abbiamo già predisposto – in maniera più sottile – nel nostro mondo interiore. Tutto ciò che i media sottopongono da qualche anno alla nostra attenzione non fa altro che dimostrare la tesi di cui sopra.

Se vogliamo avere una qualche possibilità di invertire questa tendenza, che mutila la realtà che abbiamo di fronte, abbiamo il preciso dovere di coltivare un ambiente interiore più disponibile nei riguardi della molteplicità, garantendo ad altre prospettive – e di conseguenza alle persone che le sostengono – una pari dignità di espressione.

In questo processo esperenziale, lo yoga ci può guidare a scoprire le modalità con le quali la nostra mente, separando la realtà oggettiva in categorie opposte, crea i conflitti che trasformano l’Altro da un possibile alleato in un nemico minaccioso.