L’azione nella non-azione: la Bhagavad Gita

di Federico Matrone *

Arjuna è un abile guerriero ed è figlio di re.

Egli è nato per combattere e nella sua vita è stato addestrato per la guerra. Non una, ma molte volte ha combattuto, dimostrando a tutti il suo coraggio e la sua abilità in questa arte. Per questo è il leader del suo numeroso esercito.

La storia lo mette di fronte ad una nuova e sanguinosa battaglia: i suoi cugini, figli del fratello di suo padre – dal quale egli stesso è stato amorevolmente allevato, e insieme ai quali ha vissuto – hanno usurpato la sua legittima successione al trono. E’ guerra quindi!

Il Dio Krishna – offertosi come conducente del suo carro – lo guida in mezzo al campo che divide i due schieramenti. Arjuna stesso lo ha chiesto, per osservare da vicino, prima che la battaglia abbia inizio, tutti coloro che sono stati i suoi amici, i suoi maestri, i suoi parenti. Nell’uno e nell’altro campo sono schierati suoi intimi conoscenti, suoi familiari. E nell’attraversare il campo, e vedendo quelle facce a lui care, Arjuna è preso dallo sconforto, dall’angoscia di dover combattere (e quindi uccidere) persone che, pur macchiatesi di una grave colpa, hanno per lui un profondo significato: essi rappresentano i suoi ricordi, le sue passioni, la sua stessa vita. E quest’angoscia lo sprofonda nella più buia disperazione, tanto che Arjuna esprime a Krishna l’intenzione di abbandonare il campo di battaglia.

E’ a questo punto che inizia l’insegnamento di Krishna: quale genere di dubbio alimenta quell’angoscia? dove ha origine il dubbio se agire o non agire? sono reali o irreali i pensieri che popolano la mente di Arjuna? qual’è il compito di Arjuna? chi è Arjuna?

L’insegnamento prosegue attraverso l’esposizione dello yoga, del ruolo della mente nell’affrontare le difficoltà e gli ostacoli che la vita ci pone di fronte. A volte gli ostacoli sono rappresentati da oggetti o persone a noi lontani, allora il compito di superarli si rivela più semplice. Altre volte (spesso) sono molto vicini, rappresentati da parti interne di noi stessi, dalle quali nemmeno immaginiamo una possibile separazione. In questi casi nella nostra mente regna il caos, la confusione e l’azione o tarda a venire, o ci rifiutiamo di eseguirla. Da qui nasce il blocco, la stasi, il congelamento di una situazione che lasciamo sospesa per anni, forse per l’intera vita.

Il percorso che la Bhagavad Gita propone è un viaggio all’interno di noi stessi, per andare alla ricerca della natura della nostra essenza, per scoprire la causa dei nostri blocchi e magari provare a scioglierli.