L’arte di sapersi fermare

sintesi di Donatella Poggi

Gioia Gabrielli, sul n 31 – aprile 2010 – della rivista Vivere lo Yoga affronta il tema del Kumbhaka.

Si nasce e si muore con un respiro. Respirare è un’azione che compiamo spontaneamente senza rendercene conto. Farlo in modo consapevole significa praticare Pranayama (prana = respiro, vita, energia, forza; ayama = estensione, lunghezza, controllo). Praticare pranayama significa controllare il respiro, la cui estensione implica migliorare la vita e aumentare il proprio benessere.
Prana è la Forza Vitale che permea il Cosmo. Il respiro, quindi, è il nostro legame col Cosmo, da cui assorbire energia. Scomponendo il respiro in tutte le sue fasi e concentrandosi su Kumbhaka possiamo comprendere meglio questo legame.

Il respiro è scomponibile in quattro fasi: inspiro, pausa, espiro, pausa. Kumbhaka è la ritenzione volontaria ed allungata del respiro, la pausa che si verifica a polmoni pieni, dopo l’inspiro e, a polmoni vuoti, dopo l’espiro. Quando Kumbhaka è spontaneo e indipendente dall’inspiro e dall’espiro, viene chiamato Kevala Kumbhaka. Questa tecnica deve essere praticata da chi ha anni di esperienza e profonda conoscenza del Pranayama.

Possiamo paragonare la pausa del respiro alla pausa fra i pensieri durante la meditazione. Ed infatti calmare il respiro, calma la mente.

Quando meditiamo è facile che si trattenga il respiro; è difficile accorgersene perché il fenomeno cessa appena ne diventiamo consapevoli.

Un’antica credenza recita che ognuno di noi vive un certo numero di respiri. Per cui, più rallentiamo il respiro, e allunghiamo le pause, più a lungo vivremo.

Non a caso respirare lentamente allenta le tensioni e migliora l’ossigenazione del corpo, in particolar modo quando la pausa avviene a polmoni pieni.

Se si osserva il respiro dal punto di vista energetico, l’inspiro (puraka) stimola l’organismo, l’espiro (rechaka) elimina le tossine mentre kumbhaka distribuisce l’energia in tutto il corpo.

Se non respiriamo correttamente, l’energia del respiro può non distribuirsi in modo omogeneo. Ecco che kumbhaka ci viene in aiuto incanalando in modo omogeneo il prana (l’energia).

Come per altre pratiche yogiche, anche per il Pranayama bisogna essere seguiti da un esperto insegnante: il Pranayama non è mai sforzo e quando si avverte fatica e/o disagio bisogna interrompere la pratica perché, evidentemente, il corpo non è ancora pronto a ricevere una dose maggiore di energia che si introduce col Pranayama.

Prima di praticare kumbhaka bisogna accertarsi di essere in buone condizioni di salute.