La questione Etica e la Bhagavad-gita

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La questione Etica e la Bhagavad-gita

sintesi di Luisa Bafile

Marco Mandrino affronta su n. 35 – Novembre-Dicembre 2010 – della rivista Vivere lo Yoga la questione etica nella Baghavad-gita. L’autore fa rilevare come tutti filosofi di ogni tempo si sia espresso sul tema dell’etica. In particolare, punto centrale dell’argomento, su quali siano le basi di un comportamento eticamente corretto.

Come è naturale, i sistemi filosofici sono fondati sui valori che la società e la cultura di ogni epoca esprime.
Secondo il pensiero di Aristotele, ad esempio, ogni azione o comportamento è compiuto per un fine buono, per conseguire cioè un obiettivo superiore che, nella sua massima espressione, si identifica con la felicità. Compito dell’uomo è quindi vivere un vita giusta perché ciò corrisponde alla massima felicità. In questo percorso, l’uomo è libero di scegliere la strada da seguire e i mezzi da adottare per raggiungere il proprio fine.

Il filosofo tedesco cristiano Dietrich Bonhöffer, invece, ritiene che il bene sommo è la volontà di Dio, che egli considera più “concreta” e vicina alla realtà di qualunque “idea”; non si tratta perciò di un concetto astratto, ma del fondamento della realtà stessa.
Lo Yoga non detta precetti etici. Yama e Nyama, i primi due livelli dello Yoga delle Otto Membra, sono certamente indicazioni per un corretto comportamento e stile di vita, ma non sono identificati in maniera dogmatica. Possono essere ricercati nella propria interiorità attraverso la meditazione.

La meditazione è un mezzo per raggiungere il perfetto allineamento del proprio essere con il momento presente, e in questa condizione è possibile avere l’intuizione e una chiara comprensione di cosa sia, per ciascuno, azione etica. E’ una rivelazione che sorge spontanea, senza uno sforzo razionale.
Nella Bhagavad Gita si trovano vari spunti etici che possono aiutare a raggiungere una certa maturità e un certo equilibrio nella scelta di un comportamento, ma gli esempi riportati sono spesso in apparente contraddizione tra loro.

Il testo inizia con Arjuna, eroe guerriero, che si rifiuta di combattere quando riconosce nello schieramento nemico, parenti, amici e maestri. Krsna, incarnazione del dio, gli ricorda però che egli appartiene alla casta dei guerrieri e che il suo Dharma, cioè il suo dovere/destino, è combattere. I guerrieri dei due schieramenti moriranno comunque, indipendentemente dalla decisione di Arjuna, e una sua scelta, per così dire, “pacifista” avrebbe soltanto un effetto negativo, privando i suoi combattenti del suo sostegno. In realtà, lo scontro è una guerra dharmica, cioè conforme alla legge divina, alla quale Arjuna non può che sottomettersi.
Anche nella Bibbia troviamo situazioni simili, basta pensare ad Abramo, al quale Dio ordina di sacrificare suo figlio.
Dunque, per ciascuno di noi, la quotidianità propone situazioni “conflittuali” per le quali apparentemente non si intravede una soluzione.
E’ ancora la Bhagavad Gita ad offrirci una possibilità di comprensione: per bocca di Krsna apprendiamo che il mondo, e per estensione l’intero universo, non sono solo bellezza e bene, ma anche male e orrore. Entrambi fanno parte di Dio e del suo volere, e non è possibile per l’uomo ergersi al di sopra della volontà divina.

Dunque, le nostre scelte non hanno una grande influenza sull’universo, ma hanno una grande importanza per noi. E la via, per ciascuno, è la ricerca del proprio allineamento alla propria esistenza, fino al momento in cui sorge la comprensione della giustezza della propria condotta, nella consapevolezza, anche all’interno di un percorso armonioso, che il dolore è inevitabile.