La perfetta imperfezione

sintesi di Marco Iannotta

Francesca Cassia e Roberto Milletti sono gli autori di un articolo, apparso sul n. 80 della rivista Vivere lo Yoga (aprile/maggio 2018), sul tema dell’imperfezione.

L’articolo si apre narrando la storia del saggio Astavakra (asta “otto”, vakra “curva”), guru spirituale del re Janaka; la storia illustra bene la tendenza umana a fermarsi alle apparenze invece di andare oltre ed indagare le verità interiori che spesso si celano dietro le apparenze.

Culturalmente siamo abituati ad attribuire all’errore una valenza negativa. La maggior parte delle persone è cresciuta con l’idea che è essenziale non commettere errori, per evitare l’onta del fallimento e la vergogna che ne consegue. La paura di fallire generalmente ci viene inculcata sin da bambini e crescendo questa convinzione entra a far parte del nostro modo di vedere le cose, condizionando profondamente il nostro agire quotidiano: ci identifichiamo a tal punto con l’errore da viverlo come un fallimento personale.

Per questo motivo la maggior parte di noi si impegna, si sacrifica ed investe tutte le proprie energie nella ricerca della perfezione, di quella caratteristica positiva che possa qualificarci nel confronto con gli altri.

Vivere in comunità implica accettare criteri di giudizio condivisi, relazionarsi con gli altri nell’ambito di canoni prestabiliti. Gli autori si chiedono a questo punto cosa sia la perfezione o meglio ci invitano a focalizzarci sull’altra faccia della medaglia, quel tratto estraneo, non conforme con i canoni e stereotipi della società in cui viviamo, che istintivamente rifiutiamo e che temiamo di riconoscere in noi stessi e che ci renderebbe forse meno accettabili agli occhi altrui: l’imperfezione.

L’imperfezione di cui parlano gli autori non è tanto imperfezione del corpo fisico, quanto piuttosto il significato stesso che attribuiamo a livello emozionale a ciò che è “diverso” e che, in quanto tale, tradisce un’attesa di ordine e prevedibilità delle cose. In questo senso, la ricerca continua della perfezione nasconde un desiderio di controllo su cose, persone ed ambiente circostante.

La condizione umana di eterna insicurezza ci porta ad agognare la perfezione, come mezzo per governare la nostra esistenza; ma la perfezione non esiste, è una pura utopia. Nulla è perfetto, perché nulla è permanente e nulla è completo: ecco quindi che il concetto di perfezione è intimamente correlato con la transitorietà e caducità delle cose. La paura di non essere all’altezza, di sbagliare e di essere inadeguati ci affligge, ci terrorizza e questa paura è fonte di ansia, preoccupazione, senso di colpa e calo di autostima.

Il timore di fallire condiziona i nostri comportamenti e questo senso di inadeguatezza spesso ci accompagna anche nella nostra pratica Yoga: quando la pratica Yoga si traduce in richiesta di performance finiamo per far dipendere il nostro livello di autostima da standard di prestazione sempre più elevati.

Lo Yoga ed ogni singolo asana altro non è se non la manifestazione dell’armonia di corpo, mente e spirito. Ecco perché uno dei principi su cui si basa la pratica di Odaka Yoga è “lascia che avvenga”.

Tale concetto permette ai praticanti di esplorare in profondità se stessi, di scoprire ed accettare le proprie imperfezioni, permettendo alla propria autostima di crescere. Durante la pratica, la mente non è disturbata dalla volontà di controllo e dalla paura di sbagliare.

Quando pratichiamo Yoga, così come nella nostra quotidianità, commettere errori ci aiuta perché ci permette di capire dove siamo e cambiare laddove è necessario; smettiamo di vivere l’errore come un fallimento e facciamo invece esperienza di ciò che la vita ci regala, senza ansie e senza aspettative.