La Linea Sottile tra Disciplina e Arrendevolezza

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La Linea Sottile tra Disciplina e Arrendevolezza

di Marco Mandrino – Scuola di Yoga Hari.Om

Nello Yoga vi è una costante tensione tra il richiamo alla disciplina e all’austerità contrapposto all’arrendevolezza e all’apertura mentale. Queste due qualità sembrano opporsi l’una all’altra e, nella visone occidentale abituata a una dicotomia logica, questo crea confusione. Esiste forse una via di mezzo da perseguire? Oppure quale qualità sposare come base per la pratica dello Yoga? Come portare avanti la propria Sadhana (pratica) tenendo conto di queste due qualità apparentemente opposte?
Per prima cosa osserviamo che in tutte le più grandi tradizioni, sia dello Yoga classico che Tantrico, queste due qualità coesistono. Nelle Nyama degli Yoga Sutra troviamo Tapas che è il calore prodotto dalla disciplina, ma vi è anche Ishvara-Pranidhana che è l’arrendevolezza verso un volere più alto. Anche nella semplice pratica di Asana dell’Hatha Yoga vi possono essere posizioni nelle quali è richiesta la qualità della disciplina (come le posizioni di forza) e altre nelle quali il “lasciarsi andare” porta il praticante in armonia con la qualità della posizione stessa. Come sempre esistono anche posizioni complesse che richiedono entrambe le cose, dove alcuni muscoli sorreggono ed altri che devono semplicemente arrendersi alla forza di gravità o ,semplicemente, decontrarsi.
In realtà tutto lo Yoga si muove su una linea sottile dove il praticante corre costantemente il rischio di cadere nello sforzo fine a se stesso oppure nell’auto-indulgenza. Tendenzialmente però la disciplina, la volontà e quindi lo sforzo sono richiesti solo in una prima fase che potremmo definire preparatoria. In questa prima fase il Sadhaka (praticante) si purifica attraverso la fiamma della disciplina e questa purificazione riguarda il corpo ma anche la mente. Il corpo è così purificato dalle tossine accumulate e reso forte per essere la base ed il supporto alla danza della Dea (Kundalini/Shakti). La mente è anch’essa fortificata ma soprattutto depurata dalle abitudini e dai desideri nocivi e resa così più stabile.
Ma in una seconda fase, quando il corpo e la mente sono purificati, lo sforzo diventa un ostacolo al libero fluire della Grazia. Proprio per questo in tutti i suoi aspetti, deve avvenire un cambio profondo in ciò che è l’approccio allo Yoga. Persino nella meditazione è necessario abbandonare lo sforzo di volontà della concentrazione e lasciare spazio all’espansione dell’attenzione.
Il Bhakti Yoga, l’ingrediente essenziale di tutto lo Yoga, diventa ancora più importante quando l’arrendevolezza deve prendere il sopravvento sulla disciplina. Bisogna però fare molta attenzione ad un particolare fondamentale. Nel momento in cui si fluisce dallo sforzo all’arrendevolezza, non dobbiamo indulgere in tutto ciò che prima evitavamo. In realtà questo cambio deve avvenire naturalmente quando ormai determinate abitudini che riguardano l’alimentazione e lo stile di vita sono ormai ampiamente acquisite e consolidate.
Anche Vivekananda sosteneva che per raggiungere la qualità Sattvica è necessario passare attraverso quella Rajasica. In pratica Tamas è l’immobilità, la densità e l’oscurità iniziale che va abbandonata attraverso la disciplina per sperimentare il suo opposto Rajas,ovvero il dinamismo e il calore per poi fluire in Sattva, la luce e la leggerezza, dove il movimento diventa semplice e naturale come la danza di una foglia mossa dal vento.
Nello stato Sattvico la volontà è sparita e vi è solo armonia. In modo diverso si potrebbe vedere la prima fase come un percorso di crescita in cui non si sopprime la parte più animale e istintiva, ma si impara ad imbrigliarla perché collabori attivamente al cammino verso la luce . Questa è una aspirazione preminentemente Tantrica dove, uno dei perni filosofico pratici di riferimento, è proprio il fatto che non vi è nulla da sopprimere o di sbagliato, ma ogni forma di energia è prodotta dai desideri più bassi, mentre, le aspirazioni più alte, possono essere utilizzate come bacino energetico dal quale attingere.
Nel Tantra è scritto chiaramente che il Prana (energia) non può essere suddiviso in Prana “buono” e Prana “cattivo”. Anche nei Purana si trova una bellissima immagine epica nella quale i Deva, gli Dei, che rappresentano le nostre aspirazioni più alte , e gli Asura , i demoni che rappresentavano invece i desideri umani più bassi, riescono a trovare il nettare dell’immortalità, cioè la comprensione della nostra natura Divina, solo dopo che si sono alleati invece di combattersi.
E’ chiaro comunque che l’arrendevolezza ha un ruolo “più alto” e sottile della disciplina. Ma cosa si intende per arrendevolezza? Dimenticate passività e debolezza . Per essere arrendevoli è necessaria la forza di combattere e un attenzione e uno stato di coscienza che non ha nulla a che vedere con la passività. Una migliore definizione del termine potrebbe essere “dare il benvenuto a …”.
In questo senso accetta positivamente ciò che accade; un ulteriore scatto della coscienza. Nella disciplina e nella volontà infatti rimane qualcosa da raggiungere, un obiettivo. In seguito, diventa chiaro il fatto che agiamo mossi da volontà che vanno oltre la nostra persona; siamo semplici strumenti di un qualcosa che è sia dentro che fuori di noi.
Gli ultimi aspetti da evidenziare sono l’evoluzione e la trasformazione che per molte tradizioni spirituali (come Yoga classico) avviene gradualmente mentre per altre (come Zen, Tantra, Jnana Yoga) la presa di coscienza può avvenire in un istante. Ovviamente questo singolo istante è la discesa della Grazia ed accade quando l’essere umano è pronto ad accoglierla .Questo non contempla un numero di anni di pratica. Lo svelarsi repentino della nostra natura avviene in pratica fuori dalle regole dello spazio e del tempo.
Spesso ci si interroga quale sia la strada corretta (graduale-istantanea) ma in realtà è chiaro che sono vere entrambe. Fino a quando vi è la volontà si rimane sul piano fisico e energetico (Stula e Sukshma Sharira), mentre quando si passa al semplice affidarsi, all’essere strumento sul corpo causale/spirituale (Karana Sharira).
In pratica se per il fisico ed energetico esiste una progressione ed una evoluzione (riscontrabili anche nel fisico), questo non coincide per il corpo spirituale che rimane immutato nell’eternità, al quale non vi è da aggiungere né togliere nulla, perché è la parte Divina che è in noi e può essere realizzata in ogni istante senza che vi siano passi di avvicinamento.

(Articolo pubblicato sul n. 28 della Rivista “Vivere Lo Yoga” settembre-Ottobre 2009 editore Cigra 2003 srl Milano che si ringrazia per la gentile concessione)