La gioia interiore

Sei qui-e-ora: Home / Articoli Yoga / La gioia interiore

La gioia interiore

sintesi di Cristina Ligori

Su Yogajournal, n°42 dell’aprile 2010, Sally Kempton affronta il tema della felicità in un articolo dal titolo”Gioia interiore”.
Per gioia interiore s’intende l’essere felici anche quando qualcosa o tutto ci sembra andar male.
Tale condizione non va confusa con uno stato di felicità superficiale e passeggera oppure con uno stato cui tendere continuamente fino a colpevolizzarsi se non si raggiunge.
In sanscrito i vari livelli di felicità, il cui percorso nulla può scalfire, sono indicati coi nomi di sukha , santosha, mudita e ananda.

SUKHA (Piacere passeggero)

La parola significa “agio”,”godimento”,”comfort” ed è quindi spesso tradotta con “piacere”. E’ quel sentimento che proviamo quando stiamo bene perché tutto ciò che ci circonda va bene. Ma proprio perché dipende dall’esterno non è affatto affidabile, ma passeggera e labile.
Essa è l’opposto di dukha = dolore e la dicotomia piacere-dolore è tipica di chi si sente separato dal tutto e quindi dagli altri. Dicotomia simile a quella per es. caldo-freddo, vita-morte,ecc.

SANTOSHA (Appagamento)

Secondo gli yoga-sutra, essere nello stato di santosha è il modo più rapido per placare l’agitazione derivante da stati di frustrazione, scomodità o insoddisfazione.
Santosha vuol dire accettare sé stessi e ciò che si ha, nel modo in cui si è e si possiede; vuol dire non cercare altro di diverso da ciò di cui si dispone, sentirsi appunto “appagati”; non invidiare ciò che possiede chi ci circonda, ma cercare di calmare la mente inspirando ed espirando fiducia in se stessi.

MUDITA (Felicità spirituale )

Se praticando santosha la mente è calma, pian piano si giunge a mudita, cioè ad uno stato gioioso che arriva dall’interno del nostro sé più profondo.
Solo allora si può vedere il bello in ciò che normalmente non vediamo come tale. Coltivando mudita si può tendere “verso stati di consapevolezza più sottili”.

ANANDA (Beatitudine oltre ogni comprensione)

Ananda, più che beatitudine, è estasi, trasporto, “il più profondo livello della gioia”. Tale condizione emerge non dal profondo del sé ma dal profondo dell’Universo e ci unisce ad esso. “E’ il potere divino nella forma di felicità” e, nel percepire l’estasi si esperimenta Dio. Ananda non è un mezzo, ananda è il fine.
Ananda può essere raggiunta percorrendo passo dopo passo il sentiero della gioia, ma può giungere anche da sé, all’improvviso, perché ananda è dentro di te e dentro al mondo che ti circonda.

ALLENARE LA GIOIA

Per giungere alla felicità è opportuno non cercarla a tutti i costi, ma coltivare atteggiamenti che la attraggono. E’ opportuno valorizzare anche le piccole cose e usarle per eliminare consapevolmente tutto ciò che tiene lontana la gioia.
Cuore e mente devono essere aperti per poter sentire la gioia. E’ necessario eliminare, attraverso la pratica, pensieri, situazioni, ansie o sentimenti che impediscono alla gioia di esprimersi.