La Forza di non Opporsi

sintesi di Anna Paoletti

Martin Bohn – in un articolo pubblicato sul n. 1 della rivista “Yoga magazine” del Dicembre 2007 – afferma che viviamo in una cultura che vuole tenere tutto sotto controllo, dalla nascita con alla morte. Le conquiste di tale politica del controllo hanno certo portato innumerevoli benefici, ma da qualche parte si è perso l’equilibrio.

L’articolista si chiede il perché molte persone soffrano di una qualche ansia o rabbia. Perché abbiano problemi ad addormentarsi.

La ragione, secondo Bohn, è che molti di noi non hanno mai imparato a lasciarsi andare, ad arrendersi.

I maestri spirituali hanno paragonato questa situazione a quella di un uomo che, trovandosi su un treno, porta comunque un bagaglio sulla testa.

La resa non ha nulla a che fare con la debolezza o l’insicurezza, ma è la naturale conseguenza della comprensione di quanto la nostra fuggevole esistenza si basi su una forza più grande e permanente. Possiamo arrenderci alla realtà al di là di noi, così come le onde si arrendono all’oceano.

A nessuno piace soffrire, ma durante il viaggio spirituale impariamo ad accettare gioia e dolore come parti del gioco della vita, come due facce indivisibili di una moneta. Sia la gioia che il dolore ci possono insegnare, chiedendoci di imparare trascenderli. Comprendere ciò conduce all’accettazione e all’equanimità.

Se crediamo nel Divino o in una giustizia superiore, possiamo supporre che tutto accada per una ragione specifica e, in definitiva, per il nostro bene.

Non sempre sappiamo cosa sia meglio per noi perché non vediamo il quadro completo. La resa permette al Divino/Io superiore di condurci ad aprire nuove possibilità. L’accettazione di ciò che la vita offre ci consente di cambiare o lasciare le cose come sono, senza perdere la pace dello spirito.

Esiste molta differenza fra la resa e la pigrizia. I meccanismi di controllo e di auto-rappresentazione sono radicati nel nostro subconscio e, per essere rimossi, richiedono un forte sforzo conscio. Per non essere trascinati da voglie, desideri, affetti e paure è necessaria una buona dose di controllo della mente.

Esperienze fondamentali in questo senso possono essere la meditazione, gli asana e il servizio disinteressato, sebbene questi siano solo una preparazione per creare l’atmosfera nella quale la resa può avere luogo.

Adi Shankara, il grande filosofo Indiano dell’VIII secolo, affermava che, per riuscire, un vero studente di Vedanta ha bisogno di quattro qualità:

  1. un forte desiderio di liberarsi;
  2. la capacità di distinguere fra reale e irreale, fra l’effimero e l’eterno
  3. l’imparzialità
  4. i sei tesori (ovverosia, calma, controllo dei sensi, compimento del dovere, pazienza, concentrazione e fede).

È quindi necessario un duro lavoro, che include anche compiti che possono non piacere. Come disse lo sciamano Sun Bear ai suoi discepoli: “Voi volete andare ad incontrare Dio in cima alla collina ma non sapete nemmeno lavare i vostri piatti”.