Karma Yoga

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Karma Yoga

sintesi di Annalisa Ceccatelli

Marco Ferrini è l’autore dell’articolo “Karma Yoga, l’arte di servire il prossimo” pubblicato sul n. 52 di aprile / maggio 2020 della rivista Vivere lo Yoga.

Con questo articolo il filosofo Marco Ferrini ci concede di comprendere meglio il significato di Karma Yoga: servire gli altri senza aspettarsi nulla in cambio. L’autore lo descrive come uno strumento per migliorare noi stessi, ma sarebbe importante divenisse un esercizio quotidiano nel luogo di lavoro, nella famiglia e più in generale, nella nostra socialità.

Nella Bhagavad Gita (poema epico indiano) troviamo scritto che l’azione compiuta in pieno spirito di offerta è l’azione perfetta, che non crea karma o condizionamenti, ma libertà e gioia.

Sono necessari lavoro e tenacia per destrutturare gli anartha (ciò che impedisce di raggiungere lo scopo), come bramosia, collera o invidia, e vincere i problemi della nostra personalità che non permettono alla bhakti (l’amore naturale del nostro cuore) di uscire fuori. Solo la sadhana (disciplina spirituale costante) ci aiuterà a raggiungere la perfezione nella via del Karma Yoga.

Patanjali nel Sadhana Pada (II,1) suggerisce tre ingredienti essenziali del Karma Yoga: tapas, svadyaya, ishvarapranidana.

– Tapas: sono le pratiche quotidiane come mantra, meditazione, asana, pranayama o lettura di testi di Yoga, oltre al digiuno e al controllo dei sensi.

– Svadyaya è lo studio di sé, che permette un approfondito esame della propria condotta e interiorità, prendendo a modello le scritture dello Yoga o il proprio Guru. Si cerca di migliorare il linguaggio, l’emotività e l’attenzione.

Ishvarapranidana: farsi strumento di un disegno divino; questo, secondo Patanjali, è l’obiettivo della pratica Yoga.

Il Karma Yoga ci da la possibilità di giungere alla realizzazione spirituale rimanendo operativi nel mondo. Il premio che si riceve è la prema-bakti: il desiderio di voler servire nell’Amore.