Intenzioni di vita

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Intenzioni di vita

sintesi di Anna Orsini

Antonio Nuzzo è l’autore di un articolo pubblicato sul n. 126 di Settembre 2018 della rivista “Yoga Journal”.

L’autore vuole precisare che, al di là delle frammentazioni che la cultura occidentale è riuscita ad introdurre nel concetto di yoga, esso significa unione e, citando Patanjali, afferma che si tratti di una via spirituale con un percorso ben preciso per ascendere alla realizzazione del Sé.

Il trattato di Patanjaliyoga-sutra – ci suggerisce dieci “segreti” che non sono comandamenti e regole, ma che potremo definire intenzioni. Occorre creare le condizioni affinché l’intenzione che sostiene un azione diventi un attivatore subliminale dell’inconscio.

Tali intenzioni sono chiamate yama e niyama, ovvero anga (membra) che ci aiutano a espandere le potenzialità insite nell’uomo.

Gli yama di cui si è già trattato sono: la non violenza, la verità, l’onestà, la relazione con il Creatore, la non possessività.

I niyama sono la purificazione, la contentezza di ciò che abbiamo e siamo, l’ascesi, lo studio dei testi sacri e la recitazione dei mantra, la devozione a Dio. Fra di essi c’è una perfetta sinergia e la loro influenza è enorme anche nel quotidiano.

Il primo nyama è saucha; purificazione esteriore, con pratiche che eliminano le tossine e portano ad una alimentazione corretta. Si parte con shat karma; pulizia del naso (neti), dell’intestino (basti) e l’automassaggio degli organi interni (nauli). In merito all’alimentazione, una dieta dissociata piuttosto che vegetariana, misurata piuttosto che ferrea e rinunciataria. Usare metodo e intelligenza, ascoltare i segnali del corpo, concedersi ogni tanto qualche sgarro.

Purificazione interiore da rabbia, ansie, agitazione e stress che producono una devastante quantità di tossine. La staticità negli asana, il lavoro lucido su noi stessi, la meditazione, ripuliscono il nostro corpo, la nostra mente e la nostra anima.

Il secondo niyama è, santosha, la contentezza. Un lieve sorriso rivolto a noi stessi e agli altri è un arma potente contro le avversità della vita. E’ la consapevolezza dei doni ricevuti, la speranza di intravedere la luce, nelle tenebre che, a volte, ci avvolgono.

C’è poi una terna di niyama: tapas (ascesi), Ishvarapranidhana, (dedizione a Ishvara) e Svadhyaya (lo studio dei testi).

Per ascesi possiamo intendere l’ardore nel perseguire una pratica costante e sistematica; lo studio dei testi ci impedisce di cadere nella trappola di pensare che è vero solo ciò che si sente e infine la devozione a Dio.

Quando si parla di Dio, in occidente, l’inconscio collettivo ci porta al pensiero del Dio biblico che guarda e giudica e al quale si deve chiedere perdono. Lo yoga non appartiene a nessuna religione strutturata; il Dio dello yoga è un dio primordiale, immanente e al tempo stesso trascendente, è permanentemente dentro di noi, fa di noi ciò che siamo, è l’incognita che la mente non può percepire.

Si tratta di una spiritualità libera da regole o coercizioni che, attraverso la pratica e l’esperienza può liberare la coscienza dalle vritti e condurci in una dimensione ove, nello stesso istante, convivono passato, presente e futuro.

La fede yogica è una sorta di agnosticismo credente e lo yoga è la scienza della spiritualità”.