Inno alla Gioia

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Inno alla Gioia

sintesi di L. Coèn

Silvia Ornaghi, sul n. 37 – marzo/aprile 2011 – della rivista Vivere lo Yoga ha illustrato il lavoro di Elisabeth Petrescu, studiosa di canto e insegnante di yoga a Lucca, condensato nel suo libro “Splendere è cantare”.

L’autrice dell’articolo apparso sulla rivista afferma suono e asana conciliano nell’uomo l’allineamento fisico e mentale, energetico e spirituale. I mantra della tradizione tantrica risvegliano le energie dei chakra per accedere ai livelli di alta consapevolezza, laddove le asana di Patanjali educano e plasmano, attraverso una disciplina fisica, l’aspetto impulsivo dell’uomo.
Attraverso l’immobilità raggiunta nella postura fisica, la concentrazione della mente risulta totale e completamente trattenuta dalle sensazioni del corpo, dai suoni interni, dal soffio vitale; gli impulsi primari vengono messi a tacere; il praticante raggiunge la Stira Sukham Asanam (stabile e comoda) e il mantra, allora, diviene “collegamento con la potenza creatrice”.
Numerosi yogin hanno lavorato con il suono ottenendo interessanti risultati non solo sul piano fisico. Elisabeth Petrescu fornisce indicazioni su come i bija mantra (sillabe seme) associati alle asana, possano modificare/modellare alcuni aspetti della personalità toccando l’intimità individuale, orientata verso sentieri sempre più sgombri del proprio Io.
Per l’autrice del libro, è fondamentale comprendere che mentre il suono si articola nelle parole, gli asana articolano il corpo: la parte fisica intorno ad un chakra si impregna del suo equilibrio. Attraverso l’asana il corpo inizia un percorso “di destrutturazione, di svincolamento” dai condizionamenti (klesha) che hanno ingabbiato, vita dopo vita, l’uomo e i desideri (kama) che lui percepisce sono semplicemente dei riflessi.

Nel corpo fisico infatti si sono installati avidya (ignoranza sulla propria natura ontologica), asmita (identificazione con ciò che riveste l’io storico), raga (passione), dvesha (repulsione), abhinivesha (attaccamento alla vita e ai piaceri sensoriali) creando disarmonia e sofferenza espressi attraverso il linguaggio corporeo. L’asana riavvicina all’essenza intima del corpo “interrogando organi, muscoli, tessuti, ossa, viscere per poi raffinarsi strada facendo nell’ascolto del proprio silenzio”.

È attraverso il silenzio interiore che ci si può connettere profondamente al respiro, conduttore tra materia e spirito, parola, canto, vibrazione, quiete e luce: infatti nella lingua vedica “splendere e cantare” sono indicati con la stessa parola arka: “il lampo dell’illuminazione che dissipa le tenebre mentali e che deriva dal successo del canto, associato al fenomeno meteorologico del fulmine che fende l’oscurità o la roccia…distruggendo la fortezza del costrittore, l’ignoranza” (Marco Ferrini – Contesto e fonti della letteratura vedica).

La ripetizione dei bija mantra, contenuti simbolicamente nei chakra, è in grado di trasformare l’energia potenziale di Brahman. La vibrazione contiene una forza con un potere emozionale e sensibile capace di penetrare e sconvolgere l’ombra di ogni elemento costituente, giungendo alla fine al centro di ogni cosa per poi risalire al termine di ogni ciclo verso Quello.
Accompagnare l’asana con il bija mantra crea un forte potenziamento energetico del chakra stimolato o attivato. Nello Yoga Ratna il lavoro va più in profondità: l’asana acquista una valenza simbolica, intervenendo sui desideri, impressioni, comportamenti perchè il simbolo esperito con la postura diviene mezzo di comunicazione e potere per plasmare un nuovo essere interiore: “Attraverso il simbolo negli asana, il corpo utilizza il linguaggio più arcaico del pensiero umano, linguaggio che crea nuove immagini cariche di energia psichica”.

L’autrice suggerisce una sequenza di dodici parti (canto dei giardini diversi): nove asana che preparano alla decima e alla propulsione di un suono magico e importante, concludendo con rilassamento e concentrazione. Il mantra viene scelto per il suo aspetto simbolico e per le risonanze fisiologiche e psicologiche.
Petrescu suggerisce l’esecuzione del Canto dei giardini dei diversi a coloro che sentono di dover esprimere qualcosa fuori dal coro, a coloro che non si adeguano alla massa perchè è il loro sé, e non il loro Io, che canta, accogliendo tali esperienze con sospensione di giudizio e critica per sentire dentro di sé un nuovo inno alla gioia.