Dharana e Pranayama

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Dharana e Pranayama

La concentrazione per arrivare alla vera comprensione

di Teresa Sintoni

Abbiamo già visto come il Pranayama, nella sua accezione più alta, conduca alla vetta della concentrazione (Dharana). In realtà, tutto lo Yoga pone la questione della concentrazione: dal contatto con il corpo, con le emozioni, con le forme mentali si giunge inevitabilmente al contatto con se stessi. A quel punto comincia il vero lavoro: lo Yoga non è che una scuola per la concentrazione, lo strumento più importante per arrivare a una vera comprensione. Non possiamo pensare che si possa partire da una semplice decisione. Concentrarsi significa far aderire tutto noi stessi a qualcosa: un concetto, un principio, un punto preciso. Bisogna prima mettere in comunicazione tutte le parti di noi stessi, la nostra capacità di osservarci, di fondere le varie componenti e direzionarle all’interno di una scelta, di una volontà, di un concetto, di un pensiero.

Concentrarsi non è quindi un azione, ma la risultante di più azioni, un sistema complesso. Per arrivarci dobbiamo prima di tutto lavorare su tutte le altre componenti. La concentrazione non è neppure uno stato di osservazione, ma qualcosa che scaturisce dopo che abbiamo prodotto una profonda osservazione. A livello mentale corrisponde alla capacità di rendere la mente fissa su un punto. In sostanza è la capacità di rendersi disponibili ad attuare un idea, arrivare a utilizzare tutte le nostre energie al fine di sviluppare un concetto. Concentrarsi significa quindi orientarsi, dirigersi, esprimersi al di là delle proprie proiezioni mentali. Indica, cioè, l’atto di volontà reso palese al di là delle proprie aspettative. Significa sapere su cosa orientarsi, e ascoltare, osservare il sentire del proprio corpo, là ove si situa la nostra consapevolezza, e arrivare a dirigerla, passo dopo passo, verso la meta. Senza permettere che nulla si frapponga tra noi e l’oggetto della concentrazione.

Tutto ciò, precede l’azione: ogni azione reale, infatti, origina a partire da un concetto, altrimenti non è che reazione. Bisogna anche dire che prendere – diciamo – cento pensieri che affollano la nostra mente e tradurli in un unico pensiero, presuppone un educazione, una disciplina (…). Quell’unico pensiero, quel concetto – oggetto di concentrazione- che vogliamo si traduca in azione.

Attraverso la concentrazione siamo giunti a renderci disponibili – utilizzando tutte le nostre energie e arrivando a dirigere la nostra consapevolezza – all’attuazione della nostra idea. Tuttavia, decidere di fare una cosa non è farla. La decisione è un’idealizzazione, è la forma mentale dell’azione, il concetto che ne sta alla base; al più può essere la determinazione del processo del “fare”, il “come” fare una cosa … Passare all’azione è un’altra cosa e comporta due momenti fondamentali: cominciare e finire.

Cominciare è relativamente facile (quante volte cominciamo qualcosa in una giornata? quante decisioni intraprendiamo impulsivamente per perderci già dopo poche ore in un nulla di fatto?). Ciò che ci impedisce di continuare attiene a diversi fattori – scarsa energia, attrito, legge dell’Ottava – che non staremo qui’ a esaminare. Sta di fatto che portare a termine un azione richiede uno stato di attenzione, di presenza e un particolare lavoro sulla concentrazione. Ecco di nuovo la concentrazione. Quella facoltà che ci ha portato a delineare il pensiero – l’unico pensiero – ora ci dirige verso la realizzazione. Si tratta di trovare un equilibrio ben preciso tra il pensiero e una forma… La concentrazione è ciò che ci serve per “rimanere sul pezzo”, capire l’importanza di ciò che vogliamo ottenere e … “farlo”. La tecnica ,le capacità, il metodo sono cose già acquisite in precedenza: ora occorre qualcos’altro, che ha più a che vedere con l’entrare in uno stato di armonia.

Provate a pensare alle botteghe medioevali: un apprendista andava a bottega da un “maestro” e per anni studiava come fare una forma, copiando e ricopiando linee, gesti, tecniche , stili … Poi, di colpo, smetteva di copiare e … cominciava a creare! La sua concentrazione si era fatta affilata, fino a metterlo in grado di generare qualcosa che si era formato all’interno di sé. Era giunto al gesto perfetto! E nell’arte – come in ogni azione che, nella sua massima espressione, diventa sempre “arte” – quando si compie il gesto perfetto, significa che si è entrati un uno stato di armonia.

A cosa serve dunque la concentrazione?

Essenzialmente a volgere, a tradurre la nostra consapevolezza in una condizione di forte, calma presenza interiore, portandoci a uno stato di armonia, in cui è possibile creare, esprimersi. E ciò rappresenta l’inizio della riconversione di se stessi, per riuscire a trasferire nella propria vita un’armonia, di gesti, pensieri e bellezza.

Non possiamo infatti pretendere di arrivare a concentrarci senza cambiare nulla di noi stessi. Dobbiamo, prima di tutto, fare qualcosa per noi stessi, orientare di nuovo la nostra esistenza. Poi, dobbiamo far sì che la nostra vita si acquieti, e raggiungere uno stato di “silenzio”: dobbiamo insomma produrre uno spazio perché avvenga qualcosa dentro di noi, dobbiamo generare questo spazio… Per far questo, è essenziale il rilassamento, perché è la massima forma per economizzare le nostre energie. Privi di tensione, potremo così accedere alla retta concentrazione. Quella retta concentrazione di cui parlava il Buddha, e che nell’azione si traduce nell’Eccellenza, quella qualità che porta a esprimere la bellezza che abbiamo all’interno.

Allora, proviamo a riepilogare il percorso per una retta concentrazione; innanzitutto occorre formare un giusto ordine mentale: avere chiarezza d’intenti, avere cioè già riconosciuto in sé la profonda innaturalezza della propria esistenza. Ciò può facilitare il ritorno alle cose più semplici e istintive.

In secondo luogo dobbiamo rilassarci, evitando lo spreco inutile delle energie. Il corpo, la mente e tutto il nostro spazio emotivo si svuotano dalle tensioni, lasciando paure, ricordi, sensi di colpa e ogni contenuto che non riguardi il semplice stato della coscienza presente, il “qui e ora”.

Ora, possiamo cominciare ad allungare le fasi del respiro: il nostro stato mentale ed emotivo cambia, tutto si acquieta. E si produceuno “spazio”. Il respiro è il trait-d’union tra la nostra parte fisica e quella parte emozionale. Allungare le due fasi del respiro – renderle più profonde – produce un ancoraggio dell’attenzione. Ciò potenzia la nostra energia e la capacità di pensiero, portando a uno stato di maggiore profondità, di pieno contatto con la parte più profonda di noi stessi. Dirigendo il respiro verso la creazione di sushumna ( attraverso ida e pingala, le due nadi polari) si ottiene un incremento di attività, una maggiore attivazione dal punto di vista energetico e sottile. E ciò fa sì che ci si avvicini allo stato di armonia.

Questa “armonizzazione” è un processo sempre meno mentale e più istintuale, più un vuoto che un pieno (ci si ascolta, epurandosi da tutto un certo tipo di abitudini meccaniche che ci inducono a comportarci in un certo modo). Il pensiero acquisisce così più velocità, maggiore pregnanza, rendendoci più consapevoli dell’attimo presente. Ed è proprio l’attimo presente che racchiude in sé la possibilità di cambiare, poiché è l’unico tempo reale; è lo spazio dell’azione, svincolato dal sonno della coscienza. Ricordate che è a due terzi dell’espiro che si ottiene il massimo della concentrazione possibile. Gli sportivi lo sanno bene, bisogna diventare dei cultori di concentrazione, portarla in ogni azione, in ogni impresa … Più si impara ad eseguire qualsiasi azione con questa condizione più si arriva a sperimentare uno stato di armonia.

La concentrazione, alla fine, non è che l’effetto di un processo di spoliazione, che ci porta a diventare più consapevoli della nostra esistenza, ed è in questo spazio che si attua il processo creativo. La mente si acquieta, i pensieri se ne vanno e rimane il nostro puro sentire. Una volta che la mente è stabile e concentrata su un concetto o su un punto, allora il respiro diventa preponderante.

Più riusciremo ad aumentare questo stato di percezione più saremo padroni delle nostre scelte, e ci troveremo in grado di partecipare a una maggiore comprensione.

L’azione che ne scaturirà sarà più retta, più lineare e più efficace, pregna di quella passione che è il sale della vita, il suo senso intrinseco.

(articolo pubblicato sul n. 20 Maggio 2008 della Rivista Vivere lo Yoga editore Cigra 2003 srl Milano che si ringrazia per la gentile concessione)