Gli Ostacoli

sintesi di Simona Elena Ciaramella

Grazia Pallagrosi è l’autrice dell’articolo “gli ostacoli da superare” pubblicato sul n. 131 – marzo 2019 – della rivista Yoga Journal.

L’articolo verte sugli ostacoli che sia principianti che esperti possono incontrare durante la meditazione. La psicologia buddista li definisce Nivarana e ci insegna sotto quali forme si presentano e come possiamo gestirli per provare a superarli. Conforta sapere che tutto ciò che ostacola la meditazione è un prodotto dalla nostra mente, perciò se prestiamo attenzione a ciò che ci infastidisce, questo sarà d’intralcio.

Secondo la psicologia buddista, 5 sono i tipi di ostacoli:

  1. Il desiderio sensoriale (kamacchanda): sentiamo prurito, sete, freddo o caldo. Tutto ciò disturba la nostra concentrazione e fa sì che percepiamo le cose secondo quel disagio. La tradizione usa una metafora per spiegarcelo meglio: se guardiamo le cose attraverso un bicchiere di acqua blu non sapremo mai di che colore sono realmente quelle cose. L’antidoto è spostare gentilmente la propria attenzione da una sensazione fisica a un’altra, prima riconoscendola e poi lasciando che questa lentamente e dolcemente si estingua per riportarsi alle sensazioni del respiro. Anche provare attaccamento per le sensazioni piacevoli, come quella del rilassamento profondo potrebbe trascinarci in un disagio, per esempio nel torpore. La mente tende a farci cambiare strada, ci seduce, ci porta verso il giudizio e la distrazione. Dobbiamo imparare a riportarla dolcemente sulla rotta, allenandola.
  2. Lo scontento (byapada): può accadere di sorprendersi delusi o frustrati quando non riusciamo a concentrarci sull’oggetto della meditazione e proviamo un senso di inadeguatezza, di incapacità. Oppure, durante la pratica, fanno capolino i sentimenti che volevamo eliminare: irritazione e disagio disturbano allora la tranquillità del meditare. L’antidoto sta nel riconoscere che la scontentezza è una nostra responsabilità, perché permettiamo alla nostra mente di fare entrare ospiti sgraditi. Per togliere nutrimento ai “semi della scontentezza” si possono praticare meditazioni che nutrano “emozioni vantaggiose” quali la gioia, la gentilezza, la gratitudine.
  3. Il torpore (thina middha): può capitare di attribuire un valore positivo al rilassamento profondo, durante la meditazione, e di cedere al sonno. Meditare, però, non serve a rilassarsi ma a diventare sempre più consapevoli, imparando a vedere attraverso la coscienza. Al momento in cui ci rendiamo conto che stiamo cedendo al torpore, può essere utile, come antidoto, schiudere appena le palpebre e far entrare uno spiraglio di luce per poi riportarsi sul respiro e sulle sensazioni fisiche. Nei monasteri theravada, alla meditazione seduta si alterna quella camminata, mentre Thich Nhat Hanh suggerisce di alternare 5 respiri in piedi, 5 camminando e 5 sdraiati da ripetere fino al termine della pratica.
  4. L’agitazione (uddhacca kukkucca): a tutti capita che dopo alcuni respiri la mente si agganci a pensieri divaganti di qualsiasi tipo che, generalmente, ci riconducono alle preoccupazioni del quotidiano, a sgradevolezze rimaste incompiute o a paure più o meno consce riguardo al nostro presente o al nostro futuro. In questa condizione, la mente perde lucidità, si distrae e i pensieri si accavallano uno dopo l’altro in un susseguirsi ininterrotto. L’antidoto è accorgersi di questi pensieri e dell’agitazione che sale, spostando l’attenzione dal sentimento o dal pensiero alle sensazioni corporee date dal respiro, non giudicare la propria mente ma aiutarla benevolmente a rimettersi in cammino per ritrovare una concentrazione sicura e stabile.
  5. Il dubbio (vicikiccha): è giusto il modo in cui sto praticando? Dovrei continuare o interrompere? E altre domande simili che rendono tutto confuso e offuscato, impedendo al desiderio di impegnarsi nella pratica, provando a superare gli ostacoli. L’antidoto che ci aiuta a sbloccarci è iniziare a considerare il dubbio come un qualsiasi altro prodotto della nostra mente che potrebbe anche agganciarsi a nostre vecchie paure, come quella di non essere adeguati, di aver timore di sbagliare ecc. La consapevolezza ci aiuterà a non fermarci, semmai a proseguire con cautela sempre restando nell’ascolto.

L’articolo si conclude con una riflessione che ci ricorda che sviluppare una profonda concentrazione tale da rendere possibile il superamento degli ostacoli è un obiettivo che si può raggiungere solo con pazienza, costanza, silenzio, tempo. E’ difficile imparare a meditare nella confusione o nel bel mezzo del rumore, pertanto è anche consigliabile frequentare almeno un ritiro all’anno per potersi sganciare dal quotidiano e godere a pieno di pace e silenzio, preziosi per allenare la nostra mente.